I bravi ragazzi
I bravi ragazzi sono anche belli.
Ma sì che i bravi ragazzi sono belli.
Noi invece non eravamo belli
Perché non eravamo bravi ragazzi.
E infatti non ci importava di essere belli,
E non ci importava di essere laccati.
E magari si esagerava pure in questo senso,
Anche se poi
Noi stessi per primi si scherzava
Su chi proprio esagerava;
A noi piaceva anche fare autoironia.
Ma noi non potevamo essere bravi ragazzi
Perché contestavamo lo Stato.
Ma adesso che hanno rimesso le cose a posto,
Giustamente
Qualcuno di coloro
Che ancora ricordano quegli anni
Ancora ci accusa.
Sì perché ci saremmo dovuti stringere
Intorno allo Stato,
E anche noi
Avremmo dovuto fare scudo per difenderlo,
Quando valorosamente ha combattuto
Contro il terrorismo.
E ora ci accusano con la stessa accusa
Di quella che allora ci rivolsero,
Quando facemmo risultare chiaro
Che eravamo fiancheggiatori,
L’accusa appunto che era ed è quella
Che eravamo conniventi con coloro che sparavano,
Così che dunque
Eravamo anche noi colpevoli.
E ora che quel movimento di pensiero è dissolto,
Risulta ancora più evidente
Che allora c’erano solo lo Stato e il terrorismo
Che si fronteggiavano,
E nessun’altra realtà sociale
Che è stata repressa durante questo scontro,
Col pretesto di questo scontro.
Però non è che noi ora si affermi che allora
La parte giusta non si capiva quale fosse,
Allo scopo di giustificarci.
No perché senza alcun dubbio
Né io né altri di quegli zozzoni che eravamo
Siamo ancora convinti di aver sbagliato.
Perché se questi che ci accusano sanno
Che ovviamente la parte giusta era lo Stato,
Io ad esempio ancora oggi
Che quello Stato fosse giusto
Non ne sono affatto convinto.
La prospettiva storica che assumo,
La storicizzazione di quegli anni,
Che a mio avviso va fatta,
È di riconoscere che uno scontro ideologico
In quegli anni c’è stato.
E una parte di coloro che contestavano lo Stato
Ha scelto la via del terrorismo.
Ma anche una parte
Ha voluto esacerbare la violenza di piazza,
Non più finalizzata
A difendere il diritto di manifestare
Ma ad arrivare allo scontro.
E noi altri,
Che pure c’eravamo
Con le nostre idee e la nostra ricchezza,
E che appunto non eravamo bravi ragazzi,
Sostenevamo che quello non era il modo giusto
Perché otteneva solo di giustificare
L’azione repressiva dello Stato,
E a questo ci siamo dovuti limitare
Perchè altro non potevamo fare.
Per questo avevamo coniato lo slogan
“Né con lo Stato, né con le BR”,
E non lo consideravamo un discorso
Che non teneva in conto i morti ammazzati,
Perché il nostro discorso intendeva
Che la violenza di entrambe le parti
Non fosse giustificata,
Perché sostenevamo che violento
Fosse appunto anche lo Stato.
Ma noi stessi
Non ci consideravamo non violenti,
Come non violenti non erano stati coloro,
Così pensavamo,
Che avevano combattuto la guerra partigiana,
Che noi pensavamo, come io penso tuttora,
Che invece fosse stata una violenza giustificata.
Io penso che nemmeno i bravi ragazzi
Siano poi non violenti,
Anche se però loro si tengono a galla
Nelle acque torbide e melmose
Di questa palude nebbiosa
Che porta il nome di Stato.
Così che se molti di noi ancora non riconoscono
Che a contestare lo Stato abbiamo avuto torto,
Tu guarda se magari non potrebbe essere
Che le maggiori libertà
Di cui godono ora i bravi ragazzi,
Non siano anche l’indiretto risultato
Di quello scontro ideologico che c’è stato.
Guarda se non potrebbe essere
Che certi cambiamenti di costume
Che ci sono stati,
Non li si sia lasciati prendere piede
Per smorzare lo scontro,
Ma con una società che ne è derivata
Che ugualmente ora come allora
Non è una società giusta.
E io
Che ora sono un rifiuto sociale
Continuo a non essere un bravo ragazzo,
Ma anzi è proprio su questo
Che fondo la mia speranza,
La mia possibilità di propormi agli altri
Come fattore di cambiamento,
Che è il modo che ho ritrovato
Di pormi in relazione
Al contesto umano che mi circonda,
E che mi sembra il fulcro di un processo
Di autoguarigione.
Io aspiro a fare la mia parte nel realizzare
Una società in cui non si alienino gli individui
Della possibilità di costruire
In prima persona il proprio destino,
Fondando un’identità personale e sociale
Che vada oltre l’essere produttori e consumatori.
Io lo chiamavo negli anni della mia giovinezza
“Diritto all’autodeterminazione dell’individuo”,
Che non è cosa da bravi ragazzi,
Perché i bravi ragazzi non si fanno domande
O pensano che la legge dello Stato
Rappresenti la giustizia,
Mentre invece
Chi non è un bravo ragazzo la giustizia la ricerca
Anche al costo di pagare molto duramente
Per la propria ricerca, perché poi finisce
Come minimo con l’essere un perdente
Nella competizione sociale.
Chi non è un bravo ragazzo ricerca la giustizia
Perché non la trova
Nel perbenismo ipocrita e spietato
Dei vecchi e ora nuovi benpensanti.
Maurizio Proietti iopropars