domenica 30 marzo 2025

Favorevole a legalizzare l'ora

Vignetta di
Maurizio Proietti iopropars


Favorevole a legalizzare l'ora

Pensavo ai miei amici di quando ero giovane, quando mi è venuta in mente questa vignetta ironica e auto-ironica. Loro avrebbero riso, e spero che strappi una risata anche ai lettori del mio blog.

Così caotiche talvolta le leggi, che portano anche ad estranearti dalle situazioni.

Maurizio Proietti iopropars


 

venerdì 21 marzo 2025

Tradurre Emily Dickinson


 Una luce è presente in primavera


Che la scienza non è in grado di afferrare


Nel video che presento qui sopra, leggo la traduzione da me stesso resa, della poesia "A light exists in spring", di cui è autrice la sensibilissima poetessa americana Emily Dickinson.

Ho esposto varie considerazioni su questa poesia e sulla versione che io ne ho dato in italiano, in un mio precedente post su questo stesso blog, di cui per comodità di consultazione riporto il link https://iopropars.blogspot.com/2024/03/una-luce-e-presente-in-primavera.html

Vorrei ora, prima tornare a riflettere su questa poesia, illustrare alcune mie considerazioni generali sulla poesia e la sua differenza dalla prosa, e su come leggere la poesia in relazione alla sua peculiarità espressiva. 

Mi sento portato a fare certe considerazioni che quando ero giovane mi sarebbero apparse abbastanza ovvie, perché navigando in rete, mi pare di rilevare sempre di più, una certa confusione riguardo a questi argomenti, anche da parte di persone che si propongono come intitolate ad insegnare materie letterarie. 

Non mi interessa pronunciarmi sulla legittimità o meno che alcuni di questi possano insegnare, perché non voglio chiarire l'argomento disputando su come io stesso possa invece essere qualificato, ma piuttosto voglio esporre le analisi su cui si  basano le mie convinzioni, perché è proprio facendo in questo modo che si rende possibile il confronto.

1. Il ritmo delle parole

Inizio col dire che se lo studio al liceo della metrica latina non è cosa che per sé stessa mi intitola ad insegnare alcunché, né per sé stessa mi rende capace di scrivere poesia o di tradurre poesia, certamente è stata un'esperienza che ha aumentato notevolmente la mia consapevolezza della forza espressiva del ritmo, e pertanto della sua capacità di veicolare significato. 

Vi sono in questa poesia vari tipi di "metri" usati dai poeti per comporre i loro versi, e questi "metri" caratterizzano la composizione in differenti modi. Vi sono ad esempio "metri" più adatti alla satira e "metri" più adatti all'elegia campestre, e così via. 

Io ho avuto la fortuna di sentire i versi latini, letti da profondi conoscitori di quella lingua.

La posizione che si trova espressa quasi ovunque oggi in rete, è che quel modo, diciamo tradizionale, di leggere la poesia latina sia del tutto privo di fondamento; ma questa posizione non tiene conto che quel modo, essendo tradizionale, è quello che ci è stato tramandato. Non è qualcosa che è stato riscoperto e che attraverso lo studio degli antichi manuali, si è cercato di capire come funzionasse. Cerchiamo di non dimenticare che umanisti italiani del calibro di Lorenzo Valla e Dante Alighieri, ancora parlavano latino, e che la stragrande maggioranza dei letterati italiani successivi erano profondi conoscitori del latino.

Ciò che appare bizzarro a questi "studiosi nostri contemporanei", è che in quella poesia, l' accento tonico di una parola - per intenderci al volo, quello che cade sulla sillaba "clé" di "biciclétta" - si possa spostare dalla posizione dove verrebbe a cadere nella prosa e cadere su sillabe diverse. Così ad esempio la frase "bicicletta di mio padre", potrebbe trasformarsi in "bìi-ci-cle tàa-dii mìo-pa-dre", conferendo una particolare esfasi al parlare. A me sembra che a questi che criticano una tradizione secolare, sfugga che leggendo la poesia latina nel modo che loro criticano, la progressione ritmica, produca un incedere narrativo oltremodo coinvolgente, che persino emoziona.

Naturalmente, per risultare coinvolgente come io affermo, deve essere letta da persone, che non solo leggono bene in metrica latina, ma capiscono alla perfezione il significato del testo latino che stanno leggendo. Altrimenti è ovvio che suona artificioso; ma come suonerebbe artificiosa la lettura di una poesia in qualsiasi lingua, da parte di un qualsiasi straniero che non conosce bene la lingua in cui sta leggendo. Suona artificiosa perché è la lettura di uno che non sa bene quello che sta dicendo.

Nella poesia in lingua italiana o, se vogliamo, dicendolo naturalmente con un lieve sorriso, in volgare, la metrica, come sappiamo, è data dalla successione degli accenti tonici di ogni parola che compone il verso, che rimangono sempre sulla stessa sillaba su cui cadono quando si parla. Ma questo non significa affatto che nella poesia in italiano non vi sia ritmo ordinato. Significa solo che per ottenere il ritmo voluto, bisogna scegliere le parole adatte, e costruire le frasi in modo adeguato.

Consideriamo che anche per comporre le rime, occorre scegliere le parole adatte e collocarle in modo adeguato. Entrambi questi fattori, ritmo e rima, sono modi per conferire espressione al linguaggio, e dunque per veicolare significato, proprio come veicola significato l'enfasi con cui pronunciamo le parole nel linguaggio parlato, e in generale l'espressività della nostra voce, che colora con emozioni le parole che pronunciamo, attraverso la modulazione dei suoni.

Insomma possiamo affermare che l'espressività con cui accompagnamo la pronuncia delle parole con le nostre emozioni, contiene in sé stessa un accenno di canto, soprattutto quanto è molto accentuata, come è nella lingua italiana. Ma che anche ritmo e rima dànno forma al linguaggio, e dunque anche questi fattori avvicinano l'espressione linguistica al linguaggio musicale.

Così se ritmo e rima conferiscono musicalità all'espressione linguistica, io sostengo che questa musicalità non va intesa come un abbellimento, ma come un modo di conferire espressione, e dunque di veicolare significato. 

Per i motivi che ho esposto, io provo una grande angoscia, quando ascolto attori bravi quanto si vuole - che io stesso ammiro come attori - che pretendono di leggere le poesie senza rispettarne la metrica; e tanto più io provo angoscia quanto questi sono bravi attori.

Come sappiamo, nel corso della storia ci si è accorti, in un primo tempo, che si poteva comporre poesia anche rinuciano alla rima, ma poi successivamente, che si poteva variare liberamente anche la lunghezza del verso, ottenendo quella forma poetica che viene definita a metro libero. Però metro libero  non significa che non vi sia ritmo; e questo forse sfugge a molti di coloro che scrivono o tentano di scrivere poesie ai nostri giorni. Significa che vi sono variazioni ritmiche atte a conferire un' espressività più dinamica al linguaggio poetico. 

Anche per giocare un po', ora faccio un esempio con alcuni versi che compongo a questo scopo. Potrei intitolare questa poesia che scrivo,

"Un momento con te"

Il caffè per te,

Il caffè che è qui per te

Non è più per te,

Perché tu non ci sei più,

Tu con me,

Nè mai più sarai con me,

Tu con me,

Qui con me,

Tu a prendere il caffè,

Con me questo caffé.

Si sente come il ritmo di questi versi è incalzante. Ma si può esprimere la stessa situazione, anche usando un ritmo diverso. Questa la potrei intitolare,

"Nostalgia di un momento"

Ho fatto di nuovo un caffè, 

Quello che io facevo per te 

Quando tu eri ancora con me.

Ma adesso che tu non ci sei

Più con me per prenderci il caffé,

Nè mai più tu con me ci sarai,

A prendere con me un caffé,

Questo caffè non è più per te.

La stessa scena può essere descritta poeticamente, con un tono frenetico e accorato, oppure con un tono nostalgico e malinconico. Ho composto questi versi usando la parola "caffè", per servirmi della sua struttura ritmica Ta-ttà. Avrei potuto comporre versi giocando invece sul ritmo della paropla "bicicletta": Ta-ta-tà-tta.

Usare il ritmo delle parole per esprimere emozioni, non è una cosa del tutto spontanea. Non dico che sia innaturale, ma che di solito non viene spontaneo, tranne sicuramente ad alcuni in alcune occasioni. Ad esempio si legge a volte sulla Bibbia riguardo ai profeti "A questo punto parlò con espressione proverbiale", e seguono versi di straordinaria potenza espressiva.

Riflettiamo sul fatto, tuttavia, che anche il linguaggio musicale non è del tutto spontaneo, e di solito servono anni di applicazione, prima di poter suonare uno strumento musicale in modo soddisfacente.

In generale, esprimersi artisticamente richiede applicazione, ma espande strordinariamente le nostre capacità espressive, mettendoci in condizione di comunicare sentimenti che altrimenti non saremmo in grado di condividere.

L'arte è qualcosa che ci mette più profondamente in relazione.

L'arte ci avvicina. 

Per questo proviamo per essa ammirazione, perché essa, avvicinandoci gli uni con gli altri, ci avvicina a realizzare noi stessi nel nostro bisogno di reciproco amore, che è l'unica cosa che è in grado di dare pienezza alle nostre vite.

2. Il problema della traduzione

Una frase in inglese che una volta ho sentito in un film, recitava più o meno, "Say you'll never try to do that again! And mean it!". La prima frase, che non è però quella su cui mi interessa riflettere, può essere tradotta con "Dì che non ci riproverai mai più!". È come se si chiedesse, non di dire qualcosa, ma di ripetere quella sentenza in prima persona. Non si richiede partecipazione ma piuttosto un atto di sottomissione. Più difficile è tradurre in italiano il comando secco che segue: "And mean it!". Secondo me, per veicolare lo stesso significato in italiano, la traduzione più appropriata sarebbe "E fammi sentire che ci credi!". Non tradurrei "Fammi sentire che sei sincero", perché così si richiede partecipazione. Il senso di questo comando è "E sii convinto quando lo dici!". Per cui volendo mantenere la condizione di comando secco, cioè breve, volendo in altre parole mantenere il ritmo, penso che la traduzione più corretta sarebbe "E dillo convinto!".

In questo caso mi trovo con due traduzioni a confronto. Per come la vedo io, il comando "E dillo convinto!", rispetta di più il ritmo, ma il comando "E fammi sentire che ci credi", veicola meglio in italiano il senso della situazione; ne fa una situazione più italiana.

Trattandosi di un film, è ovvio che per doppiarlo bisogna rispettarne i ritmi, però, quello che io sostengo, è che per trasferire in italiano pienamente il senso della situazione, bisognerebbe modificare il ritmo della situazione, e dunque conferire una sfumatura differente alla tonalità emotiva. Ma sono le due lingue nel loro complesso ad avere differenti tonalità emotive, ritmi diversi, sonorità diverse, ed una diversa espressività. Ogni lingua ha sue proprie peculiarità espressive.

Di qui è la difficoltà che io ritengo esservi nel tradurre poesie, ma anche la sua possibilità.

3. La traduzione delle poesie

Io introduco il discorso del tradurre poesie, osservando che se è vero che popoli diversi hanno prodotto generi musicali diversi, cionnonostante la musica ha una sua universalità che anche gli animali sono in grado di percepire. 

Si dice che i cani, ma anche altri animali, capiscano noi esseri umani quando parliamo loro, più dai toni della nostra voce che dalle parole che noi pronunciamo. Secondo Oliver Sacks nel suo libro "L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello", sembra che lo stesso valga anche per gli afasici, persone che per lesioni celebrali hanno perduto la capacità di capire il linguaggio parlato, ma sono comunque in grado di capire il senso di ciò che si dice loro, dall'espressività con cui si dice.

Una parte dell'espressività è legata al ritmo.

Io sono convinto che il ritmo sia una componente molto importante nei processi di significazione biologica, ovvero di traferimento di informazione codificata da un sistema vitale ad un altro e all'interno di uno stesso sistema vitale.

Riflettiamo sul fatto che colori diversi sono letture che il nostro apparato visivo dà a variazioni nella frequenza dell'onda elettromagnetica che compone la luce; e sul fatto che suoni diversi, sono letture che il nostro apparato uditivo dà a variazioni di frequenza dell'onda sonora, che è costituita dalle oscillazioni che all'aria conferisce la vibrazione di un corpo elestico.

Suoni e colori sono la cognizione che si forma nelle nostre menti, di differenti frequenze nelle onde sonore ed elettromagnetiche. Suoni e colori sono modi in cui leggiamo differenti frequenze in due diversi mezzi di propagazione. Resta da capire perché il nostro organismo ci fa percepire le frequenze luminose come colori e le frequenze acustiche come suoni. Capire questo significherebbe fare un grosso passo in avanti nella comprensione della natura della nostra mente. Sta di fatto tuttavia che il nostro corpo usa suoni e colori, frequenze presenti nel nostro ambiente, per ricavare informazioni su di esso, e le elabora in modo adeguato alla nostra comprensione.

Diciamo che se le forme che distinguamo con la vista, ci anticipano un 'esperianza sensoriale, io mi domando perché distinguiamo i colori come colori. In altre parole mi interrogo sulla natura cognitiva del colore.

Quel che è certo è che suoni e colori sono oscillazioni ad elevatissa frequenza, ovvero ritmi costanti. Dunque potremmo affermare che suoni e colori sono sintesi cognitive di questi fenomeni fisici, che presentano una caratteristica di invarianza.

Io vorrei anche capire perché la percezione cognitiva delle frequenze elettromagnetiche della luce, cioè i colori che noi vediamo, con l'aumentare delle frequenze, si sposta dal rosso verso il viola e non viceversa. Vorrei capire cosa determina la cognizione del colore. Vorrei capire perché la frequenza elettromagnetica diventa colore. Si potrebbe dire che vi sono dei neuroni deputati a questo. Ma io voglio capire perché fanno esattamente questo. Ma questo è un altro discorso, che esula dal presente che sto portando avanti.

Anche gli impulsi nervosi però sono frequenze; sia quelli che partendo dal sistema nervoso centrale fanno muovere i nostri muscoli, sia quelli che portano l'informazione su ciò che avviene nel nostro corpo al sistema nervoso centrale.

Con queste considerazioni, io suppongo che il significato veicolato nel ritmo abbia una base biologica. Io vedo il ritmo come descrizione del moto, dove l'universo materiale è moto, ed è moto, in modo diverso, anche la vita.

Secondo queste considerazioni io scorgo la possibilità di tradurre la poesia, traducendo la significazione ritmica allo stesso modo in cui si traduce la significazione linguistica, ossia le parole. Io dico che ritmi simili possono in genere mantenere significati emotivi sufficientemente vicini, proprio dove si tratta di poesia e non di prosa; proprio dove il ritmo, come è nella poesia, è usato scientemente per veicolare significato.

Per riassumere, io sostengo che sebbene lingue diverse abbiano sfumature emotive e ritmiche diverse, è compito del poeta che traduce, riportare non solo le parole più adatte, ma emozioni e ritmi dal contesto culturale di una lingua a quello di un'altra.

4. La lettura

Comincerei col dire che io personalmente, prima di tradurre le poesie, ho iniziato a scrivere poesie, e prima di scrivre poesie ho iniziato a leggere poesie.

Il mio fondamento dunque è la lettura, ma aggiungo anche, la lettura ad alta voce.

Non mi dilungo a fornire la mia propria narrazione di come la poesia sia nata prima della scrittura, poiché è universalmente riconosciuto. Qualche autore ha suggerito che sia nata a scopo mnemonico, allo scopo di favorire il tramandare le narrazioni orali. 

Ciò che io osservo è che la memoria umana è più una memoria semantica che sintattica, ovvero che ricordiamo più i contenuti che il modo in cui vengono espressi. Per cui riusciamo a ricordare delle forme, tanto di più, quanto sono dotate di senso. È la differenza tra ricordare sillabe sensa senso pronunciate da qualcuno, e una frase dotata di senso compiuto. 

Però noto anche che le implicazioni emotive di qualsiasi cosa, sono una parte fondamentale nella nostra attribuzione di senso. Una frase è per noi, tanto più dotata di senso, quanto più è fortemente connotata emotivamente.

Sono così arrivato dunque alla lettura ad alta voce.

Leggere una poesia a voce alta, permette di percepire meglio la sua espressività.

Il problema, mi sembra ovvio, sta nel capire quale espressività attribuire alla poesia. Però l'espressività, e questo mi sembra ancora più ovvio, deve essere quella intesa dall'autore.

Io sostengo che, sia pure all'interno di un certo grado variabilità soggettiva, vi deve essere un modo per trovare l'espressività intesa in una poesia. Altrimenti non avrebbe senso scrivere poesie, come non avrebbe senso dire cose a cui ognuno può attribuire il significato che vuole. Se si può attribuire a qualcosa, qualsiasi significato, non sussiste alcuna forma di comunicazione. Eppure nell'affermare questo fatto, io non poche volte sono stato accusato di essere impositivo, di voler imporre il mio punto di vista.

Io sostengo che sul significato di qualsiasi forma di espressione si può discutere e ci si può confrontare, ma che occorre ricercare il significato che corrisponde alle intenzioni dell'autore. Se si ritiene che questo significato non possa essere ricavato, si nega la possibilità che vi sia comunicazione.

Io sostengo che perché vi sia comunicazione, chi la riceve deve innanzitutto essere in grado di interpretarla, e poi anche di dimostrare che lui ha capito proprio ciò che la comunicazione voleva trasmettere; si deve poter sottoporre l'interpretazione a verifica.

Ora quello che dico, è che non ci si può accostare all'opera d'arte servendosi di una tecnica interpretativa, perché la sua comprensione scaturisce dal rapporto empatico che si stabilisce con essa. In altre parole bisogna innanzitutto sentirla. 

È l'indagine introspettiva successiva, che ci permette di capire da quali elementi scaturisce la nostra sensazione, e un lavoro di analisi sull'opera, ci può permettere ritrovare rappresentati nell'opera stessa, gli elementi che abbiamo ricavato nell'indagine introspettiva. 

Per quello che riguarda la poesia, si pone però anche il problema della sua fruizione, perché solo leggendola nel modo giusto, susciterà in noi le emozioni che intende suscitare. È un problema simile a quello di leggere la musica, anche se più semplice.

Io sostengo che i due fattori che dobbiamo utilizzare per produrre una lettura corretta, sono la metrica del verso e lo stesso suo significato. La poesia va letta con intenzione di dire ciò che essa racconta, e con il ritmo in cui è scritta, rispettando rigorosamente gli "a capo".

Un discorso a parte merita l'enjambment, che è quella tecnica espressiva che consiste nel separare un periodo grammaticale in due versi successivi. È quando ad esempio si trova un punto grammaticale a dividere un verso, ma anche quando si trova un verbo separato dal suo complemento. 

È un argomento riguardo al quale si trova in rete una buona quantità di esperti, che divulgano come questa particolarità espressiva vada letta, senza però dichiarare su cosa basano le proprie convinzioni. Per brevità accenno solo all'argomento, proponendomi di illustrare ulteriori approfondimenti in un altro scritto.

Riguardo all' enjambment vi domando "Vi pare che se coloro che pongono il punto grammaticale nel mezzo di un verso, avessero voluto che questo si leggesse come se il verso si interrompesse al punto, non avrebbero terminato il verso al punto?". Questo deve essere tanto più vero per coloro che usano il metro libero, ma io dico che deve essere vero anche per gli altri poeti, trattandosi di uomini di genio che non ricercavano certo le vie più facili, ma le più espressive. Penso che sia troppo riduttivo pensare che si sono ritrovati a mettere il punto nel mezzo di un verso di undici cifre perché non erano capaci di organizzare il discorso in modo diverso, e ci dovevano rientrare con le sillabe. 

Poi l'enjambment è usato anche dal Pascoli che usava le rime. Pensiamo alla potenza metrica della poesia Oh Valentino. Vi si legge, tra l'altro: 

Poi, le galline chiocciarono, e venne
marzo, e tu, magro contadinello,
restasti a mezzo, così con le penne,
ma nudi i piedi, come un uccello:

Non posso nemmeno lontanamente pensare che il Pascoli volesse che si leggesse "e venne marzo", vanificando sia la regolarità del verso che la rima. Ma soprattutto perdendo, sia la sospensione narrativa, intesa come a far chiedere "cosa venne?", sia il legame emotivo che viene a formarsi tra "venne" e "penne". Diciamo che non è una rima da filastrocca per bambini. 

Come pure prima:

Costa; ché mamma già tutto ci spese
quel tintinnante salvadanaio

Mi sembra ovvio che quel punto e virgola ha un valore enfatico, che ci guida a pronunciare quel "Costa", come un "costa sì!". Non si tratta della lunghezza della pausa dopo il punto e virgola, quanto di come si pronuncia la "o" di "costa".

Io sostengo che se l'enjambment viene prodotto da un punto grammaticale, il punto grammaticale deve essere fatto sentire semanticamente, ma deve lasciare inalterata la composizione metrica del verso. È un accorgimento espressivo, e non un modo di facilitare la composizione della poesia.

Io sostengo che la poesia vada letta intendendo dire ciò che essa dice, tenendo conto di punti e virgole e qualsiasi altro segno di interpunzione, ma rispettandone il metro segnato dai versi.

Non c'è bisogno di immedesimarsi in qualche personaggio o di evocare gli scenari più adatti. Bisogna invece lasciarsi guidare dal verso, e intendere dire ciò che c'è scritto, ma sempre rispettandone la metrica.

5. That science cannot overtake

A questo punto vorrei tornare alla poesia di Emily Dickinson, dopo aver esposto il contesto in cui la mia traduzione prende origine; ma anche dopo aver ustato il pretesto di questa poesia, per offrire quelle considerazioni generali che ho esposto ai miei lettori, perché penso che possano essere per loro utili.

Ciò che mi preme affermare, è che la mia traduzione, non è solo emotivamente più coinvolgente, ma più rigorosa nel riportare l'espressione del sentimento che Emily Dickinson rende nella poesia in lingua inglese, nel contesto della lingua italiana.

Ciò che mi ha impressionato nella lettura di quello che viene detto in proposito in alcuni siti web, è che alcuni di coloro che pretendono di spiegare questa poesia, ne riportano una traduzione che è già essa stessa fuorviante. Infatti  fraintende sostanzialmente il testo inglese, in un suo punto chiave; un punto che ne costituisce il fulcro semantico e che ne rivela l'intenzione espressiva.

In quel contesto non si può tradurre "overtake" con "sorpassare". Perché non può significare nulla, dire che la scienza non può sorpassare quella luce. Di quella luce si dichiara innanzitutto che esiste proprio. Lo si dichiara nel titolo. Per cui vi è una contrapposizione poetica, che deve essere intesa come contrapposizione tra le possibilità che l'indagine scientifica ha di "afferrare" qualcosa, e quelle della natura umana di "sentire" la stessa cosa. 

In altre parole, non si può pensare che si stia parlando di una capacità di quella luce, che sia superiore a quella della scienza, semplicemente perché non è quello che dice il testo, che fa invece la contrapposizione che ho apena esposto. 

Fatta questa contrapposizione, nei versi successivi si passa a descrivere il modo in cui la natura umana avverte quella luce. Si dice che la avverte perché guida la nostra percezione.

D'altra parte "overtake" può significare anche "afferrare", e la contrapposizione con la frase che segue, indica che è proprio questo il significato, ma in senso figurato. 

Io quando ho tradotto, ero indeciso tra tradurre "Science cannot overtake" con "Che la scienza non è in grado di afferrare", e tradurlo invece come ho fatto, con "Che la scienza non può determinare". Ho fatto questa scelta sia perché in questo modo mi è sembrato di rendere meglio in italiano, la metrica inglese dei versi, ma anche perché ho pensato che in fin dei conti "determinare", nella sua etimologia di segnare i contorni, richiama molto da vicino la parola inglese "overtake", intesa come prendere sovrapponendosi.

                                   Maurizio Proietti iopropars 

Per comodità di consultazione, riporto nuovamente il testo inglese, e poi la mia traduzione: 


A Light exists in Spring

A Light exists in Spring
Not present on the Year
At any other period —
When March is scarcely here

A Color stands abroad
On Solitary Fields
That Science cannot overtake
But Human Nature feels.

It waits upon the Lawn,
It shows the furthest Tree
Upon the furthest Slope you know
It almost speaks to you.

Then as Horizons step
Or Noons report away
Without the Formula of sound
It passes and we stay —

A quality of loss
Affecting our Content
As Trade had suddenly encroached
Upon a Sacrament.

Emily Dickinson

Una luce è presente in primavera


Una luce è presente in primavera,

Che durante l'anno non abbiamo

In un qualsiasi altro momento,

Quando marzo qui si sta affacciando.


Un colore là fuori si sofferma

Nei campi solitari,

Che la scienza non può determinare,

Ma che avverte la natura umana.


Esso attende sopra i prati,

E il più lontano albero ti mostra

Sopra le pendenze più lontane che conosci,

Quasi ti parla.


Poi come gli orizzonti vanno

O il mezzogiorno volge via,

Senza formulare un suono,

Esso passa e noi restiamo.


Una perdita che è come,

Nel piacere del nostro sentimento,

Se un mercato abbia all'improvviso invaso

La partecipazione a un sacramento.


                                Traduzione dall'inglese
                                di Maurizio Proietti iopropars




Privacy Policy Cookie Policy Termini e Condizioni

venerdì 14 marzo 2025

Solo in ciò che siamo

Iopropars' Painting
el. digitale su pastello a olio di
Maurizio Proietti iopropars


“Solo in ciò che siamo”


Nasce la mia danza

Dall’ammirazione per la donna,

E in questo modo parla,

La mia danza,

Alla donna mia compagna:


Sii te stessa

Pur essendo quel fiore

Quando vuoi essere un fiore.

Sii te stessa

Qualsiasi cosa tu voglia essere,

Quando qualcosa vuoi essere,

Perché se qualcosa vuoi essere

Nell’essere in quel modo

Te stessa vuoi ritrovare,

Perché nient’altro possiamo volere

Se non ritrovare noi stessi,

Perché ritrovando noi stessi soltanto

Noi possiamo realmente essere.


Noi stessi soltanto 

Possiamo noi essere,

Solo in ciò che siamo

Noi possiamo essere,

È questo il cammino

Del nostro essere verso noi stessi.

                       

  Maurizio Proietti iopropars



Ho scritto questa composizione, qualche giorno dopo aver partecipato a un seminario di due giorni sulla Danza Butoh, nata in Giappone nel secondo dopoguerra. È ispirato da una citazione dell'ispiratore di questa disciplina artistica, Kazuo Ohno (1906-2010):

"Se vuoi danzare il fiore, puoi imitarlo e sarà un fiore qualunque, banale e per nulla interessante. Ma se poni alla base della tua ricerca la bellezza del fiore e le emozioni che evoca nel tuo corpo morto, allora il fiore che stai creando con la tua danza, sarà unico e vero e il pubblico sentirà la tua emozione"




 

Privacy Policy Cookie Policy Termini e Condizioni

sabato 8 marzo 2025

Festa della donna 2025 (con un sorriso)

Giornata della pesca alla trota
dipinto digitale di
Maurizio Proietti iopropars


Alle donne e alla pesca alla trota

Dal circolo della pesca di Tortòre di Sotto,

Oggi, 8 marzo 2025, Festa della Donna e 13 giorno dall'apertura della pesca alle trote nella nostra regione, i nostri auguri vanno alle nostre madri, alle nostre sorelle, alle nostre mogli, alle nostre figlie, alle nostre ex fidanzate, a tutte le donne della nostra vita, rimpiangendo di non essere riusciti a coinvolgerle in questo straordinario sport che è la pesca, praticabile a tutte le età.


                           Maurizio Proietti iopropars


 

mercoledì 5 marzo 2025

Pasquinata su la guera


 


Pasquinata su la guera

La guera, sì la guera, co 'na ere sola, perché a Roma accusì se dice, se dice la guera. Perché chi era Pasquino? Pasquino era la voce der popolo romano. Pe' vari secoli, ne la Roma dei Papi, Pasquino è stato la voce der popolo romano, uno che diceva quello che gente magari lo pensava pure, ma nun se poteva dì. 

Pasquino era 'na statua senza vorto che stava pe' 'na strada de Roma, e ancora ce sta, e c'era gente che appenneva su sta statua, li foji andove diceva le cose che pensava ma nun se potevano dì, perché se arischiava de brutto, perché chi ciaveva er potere bruciava pure la gente su' rogo, e ancora prima la faceva anche morì nell' olio bollente.

Mo nun è più come na vorta, li tempi so' cambiati e dicheno che stamo in democrazzia, che sarà pure vero, e accusì spero che nisuno s'offenne, che nisuno va a pensa' che co' 'sta pasquinata che ho fatto, se va a ripropone 'na storia de sempre, 'na storia che ar presente pareva superata, e cioè che er popolo nun vole la guera perché dice che a fa la guera ce guadagnano solo li signori. Uno potrebbe pure dì dipenne, dipenne da che guera, perché c'è guera e guera. Io dico però che se farebbe mejo a mette fine a 'sta guera. Si stamo in democrazia, sarò libbero, de pensalla ne 'sto modo?

Poi chi s'offenne po pure pensa' che io so' un poro deficiente che nun capisce quanto è giusto fa la guera a ortranza pe' motivi umanitari fino all' ultimo omo, pe' combatte a quello che è cattivo come Hitler. Io mica m'offenno. Perché dico che tocca mette fine a sta guera, pure si chi vo fa' la pace nun è mejo dell' antri. 

Però è vero che so' scemo, e la prova sta ner fatto che nun riesco a capì perchè pe' fa l'accordi, se parla solo de le tere rare, mentre de li russofoni ner Dombasse nun je ne frega gnente a nisuno.

Pasquino è aritornato!

                                 Maurizio Proietti iopropars


Dipinto digitale
di Maurizio Proietti iopropars


Privacy Policy

martedì 4 febbraio 2025

La sorgente

The source
dipinto digitale di
Maurizio Proietti iopropars



La sorgente

Chiaro mi appare che senza verità

Nemmeno possa esservi giustizia,

Come anche mi appare manifesto

Che solo la giustizia

Che dalla verità procede

Possa fondar la pace,

Così che dunque debba

L'amore regnare tra quanti

Accettano di vivere secondo

Verità e giustizia.

E per questo anche mi è chiaro 

Che dalla verità viene l'amore,

Perché dall'amore è dove

La stessa verità proviene.

                                                            Maurizio Proietti iopropars


Il medioevo digitale

A Ponzio Pilato che gli chiede "Sei tu dunque re?", il Cristo risponde che è per testimoniare la Verità che lui è venuto al mondo. Pilato replica "Cosa è verità?". Pilato che accetta di condannare a morte un innocente sapendolo innocente, sacrificando la giustizia all'opportunità politica, risponde appunto chiedendo cosa sia la verità, sottintendendo che alla sua domanda non vi sia risposta. 

Gli antichi romani che iniziarono a combattere le loro guerre in nome del diritto, divennero amministratori del diritto, e si facevano pagare un tributo per portare la loro pace, la pace romana fondata sul diritto. Divennero dunque amministratori mercenari di giustizia, e furono più interessati al dominio sopra i territori che occupavano, e da cui ricevevano i tributi, che all'esercizio del diritto. Da questo io dico, risale il motivo della loro decadenza.

In Ponzio Pilato si verifica quanto il Cristo aveva affermato nel corso della sua predicazione: "Chi è mercenario e chi non è pastore, fugge quando vede arrivare il lupo. Il buon pastore dà la sua vita per le proprie pecore. Io sono il Buon Pastore". È in questo modo che a Pilato che gli chiede se è egli re, lui risponde "Io testimonio la verità, per questo sono venuto al mondo". Egli si dichiara in questo modo Re di Giustizia e Re di Pace. Lui la cui condanna a morte avevano voluto i Farisei che lui aveva denunciato per aver piegato l'amministrazione della Legge Mosaica al proprio tornaconto personale.

Io sostengo che poi, successivamente, anche il cristianesimo è stato asservito alla politica. 

Io da ragazzo avevo lasciato la mia fede, perché da una parte vedevo un Cristo che diceva "Rinfodera la spada Pietro. Il mio Regno non è di questo mondo", e dall'altra vedevo quello che veniva considerato successore di Pietro, che dichiarava guerra agli infedeli indicendo le Crociate.

Poi più tardi, quando già ero ritornato alla mia fede per mezzo della lettura diretta dei Vangeli, Papa Giovanni Paolo II chiese perdono a Dio per gli errori commessi nel passato.

Ciò che non mi convise è che lui non elencò gli errori, così che io pensai che non si può chiedere perdono per i propri errori senza correggerli. 

Infatti, Bernardo da Chiaravalle, teorico delle Crociate ed egli stesso banditore della seconda Crociata, viene non solo ancora venerato come santo, ma è considerato ancora Dottore della Chiesa. Ora lui ha elaborato il simbolo cosiddetto delle "due spade", la spada spirituale della Chiesa, e la spada temporale che è esercitata dall'autorità politica, ma che deve essere sottoposta a quella spirituale. Ma io sostengo che tra di esse, a separarle, vi è il Cristo Gesù che ha detto "Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio",  e anche "Il mio regno non è di questo mondo".

D'altra parte, questi "difensori dell'ortodossia cristiana", perché non si opponevano a gran voce al fatto che gli eretici fossero uccisi o addirittura bruciati vivi? Perché non si stracciavano le vesti dicendo che in questo non vi è nulla di cristiano? E sono venerati come santi.

Io ero e sono rimasto convinto che non c'è nulla di più anticristiano che infliggere supplizi e morte in nome del cristianesimo, nella pratica come nella teoria. Non c'è niente più eretico di questo da un punto di vista cristiano.

Come si può parlare di "Dottori della Chiesa" che consideravano eretico il non riconoscere il potere temporale dei Papi?

È per questo, per non tradire la mia fede, che non mi sottometto ad alcuna autorità religiosa, perché della mia fede mi sento responsabile personalmente di fronte a Dio, a cui non potrò raccontare che questo e quello ho fatto sapendo di sbagliare, per dare retta ai personaggi ufficialmente accreditati. 

Questo dico, che i cristiani non dovrebbero avere bisogno di sottomettersi ad alcuna autorità religiosa ma solo a Dio, perché proprio per mezzo della sottomissione a Dio, viene loro la coesione che si fonda sul riconoscimento delle stesse verità di fede. Così sta scritto infatti, che nessuno può riconoscere il Cristo Gesù come Signore, se non ad opera dello Spirito Santo.

Il cristiano dovrebbe essere colui che riconosce le verità di fede, perché accetta la testimonianza dello Spirito Santo, e non quella di un'autorità religiosa che è stata eletta a maggioranza o a furor di popolo. 

Se ammettessi che anche il fatto di credere nel Papa venga al cristiano dalla testimonianza dello Spirito Santo, dovrei poi ammettere che solo di questo lo Spirito Santo rende al cristiano testimonianza, se è vero ciò che implica il credere nel Papa, ovvero che il cristiano debba ricevere dalla Chiesa le "altre" verità di fede. Però il Cristo nostro Maestro ci ha ammonito che lui solo è il nostro Maestro e noi tutti fratelli.

Io respingo senza dubbio il fatto che avendo creduto in Gesù, dovrei passare dal credere in Gesù al credere nel Papa. O anche smettere di adorare l'Onnipotente per adorare la Vergine Maria, sua creatura. O adorarla in eugual modo, o comunque accostarla all'Altissimo. Chi
metterò nella mia fede insieme al mio Creatore, se non Dio stesso?

Preferisco essere isolato e guardato con commiserazione mista a diffidenza, da cattolici e protestanti in egual misura, perché nella mia esperienza, pare che ormai per i protestanti, la cosa davvero più importante, sia che uno ripeta il battesimo e lo faccia "secondo il giusto rituale", che una cosa più farisaica di questa mi riesce difficile immaginarla.

Mi viene da pensare che forse il battesimo funziona a questo punto, piuttosto come una tessera di partito.

Tuttavia, se nemmeno per le congregazioni protestanti a cui mi sono rivolto, io mi dovrei poter considerare cristiano ma, più correttamente, uno che vorrebbe avvicinarsi al cristianesimo, a me invece viene di pensare che io dopotutto, in realtà sono un "riformato", se solo mi soffermo sul fatto che a me non sembra bene credere che per ottenere una grazia si debba andare a Lourdes, perché il Cristo ribadisce con forza che il miracolo viene unicamente dalla fede (cfr. Luca 7: 1-10. "...non son degno...ma comanda anche con una sola parola...").

Non vi era alla base della riforma il primato della fede? Ma poi non è sopravvisuta la riforma appoggiandosi alla politica?

È Dio che fa il miracolo. Nel suo amore dobbiamo credere senza dubitare. Io è questo che nel Vangelo leggo. In questo ritrovo l'essenza più profonda del cristianesimo. Questa è la Buona Notizia: Dio ci ama.

Che si creda che Dio ci ama, non può essere imposto con la spada, o comunque con la politica.

Non si può convincere nessuno dell'amore di Dio, torturando ed uccidendo chi non vi ripone fede. E allora, ripeto, perché volendo correggere alcuni errori dottrinali, quei teologi che si sono trovati coinvolti in quelle situazioni in cui proprio questo si faceva, non hanno prima cercato di correggere questo travisamento fondamentale? Però a me è stato pure risposto che le mie erano elucubrazioni di un pazzo che niente avevano a che fare con la fede.

Mi hanno detto che non potevo cancellare con un colpo di spugna secoli di storia, e io ho preferito allora lasciare la mia fede, per incamminarmi alla ricerca della verità. 

Questo tuttavia ha affermato quello che io considero un mio amico del passato, di quelli che ho conosciuto solo tramite i loro scritti ma che però ho amato, Friedrich Nietzsche, "La mia verità è terrificante, perché viene dopo secoli di menzogne". Eppure forse lui, profondo filologo, cosa fosse il cristianesimo, non ha potuto capirlo. Però io dico, "sia pace all'anima sua".

Così sta pure scritto "Come crederanno se non c'è nessuno che predichi? Come sono belli i piedi di coloro che annunciano la pace!".

Non si può accettare che la virtù sia piegata ad interessi che le sono estranei. Questo fanno i commedianti di cui parla Nietzsche. Donde il suo monito "Solo te stesso segui". Da cui, "Quando tutti mi avrete abbandonato, sarò di nuovo tra voi".

Poi uno riguardo a Gesù potrebbe dire, "Va be' di cose quello ne diceva tante... Non è che puoi dare retta a tutto quello che diceva... Serve pure un po' di senso pratico per mandare avanti la baracca.". Come non lo potrebbe dire? Almeno sarebbe coerente con quello che fa. Ma non mi venga a dire che io non mi posso considerare cristiano. Chi afferma questo sia giudicato da Dio.

Certamente poi, che io credo anche nella Chiesa. Io credo nella Chiesa dei veri credenti, divisi nelle varie confessioni. Ma chi è che divide i credenti? Io esorto dunque tutti i credenti, non ad abbandonare le loro confessioni, ma essere ecumenici. Io che di ecumenismo, al di là delle belle parole con cui adornarsi, ne ho incontrato tanto poco, da riempirmi di amarezza.

Io affermo che è proprio dal protendersi dell'animo dei cristiani verso l'ecumenismo, dal loro protendersi verso il confronto, pur restando saldi nella fede, che giunge la comprensione della giusta dottrina. Infatti questo è ciò che dice il Maestro, "Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri" (Giovanni cap. 13 verso 35).

Poi chi viene da lunghi, interminabili studi, potrebbe dichiarare con fondata certezza, che il cristianesimo è tutt'altra cosa, molto più complicata di questo. Così sta scritto infatti, "Dove è il sapiente? Dove è il dotto? Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo?" (Prima lettera ai Corinzi cap. 1)

Ciò su cui ritorno, dopo aver illustrato come penso che il cristianesimo sia stato asservito alla politica, è che colui che diceva che il suo Regno non era di questo mondo, è stato condannato a morte tramite un supplizio, per motivi politici. Questa circostanza mostra chiaramente come l'autorità politica ingiustamente detenuta tramite la menzogna e l'ipocrisia, sia destinata ad entrare in conflitto con la crescita personale degli individui. 

Questo succede perché la crescita personale di ciascuno necessita di restare nella verità. Ma poi anche nella giustizia, proprio perché la crescita personale autentica, è crescita nelle relazioni umane. Lo sviluppo umano è miglioramento nel modo di stare in relazione con gli altri.

La crescita personale è crescita del nostro modo di relazionarci agli altri.

Il fatto che chi si propone di migliorare sé stesso, entri in conflitto con la società in cui vive, è a mio avviso e nella mia esperienza, vero anche nella società attuale italiana ed europea, e in generale occidentale; anche se non dico che gli altri, i non occidentali, siano "i buoni". Dico che è vera in tutto il mondo, ed è vera anche qui da noi, nel preteso giardino dei diritti, che è però di cartapesta.

Io dico che da un abnorme divario nella distribuzione delle ricchezze, nelle società occidentali viene una pressione sugli individui verso l'alienazione da sé stessi, fino a far perdere il senso di vivere in una comunità civile.

Da una parte si prospetta una mobilità di classe che metterebbe tutti sullo stesso piano, e dall'altra vi è un'istigazione da parte del contesto organizzativo, verso una competizione eccessivamente sfrenata, e in realtà funzionale principalmente al mantenimento di un altrettanto eccessivo divario nella distribuzione del reddito.

Riguardo alla pressione verso la competizione eccessiva, si pensi ad esempio al fatto che si tengono persino le "Olimpiadi internazionali di Filosofia", a cui recentemente mi sembra che che sia stato cambiato il nome in "Campionati di Filosofia", che sono patrocinati dall'UNESCO. Così che per promuovere la filosofia, si stravolge la sua essenza, poiché la filosofia è un aspetto della cultura umana, in cui ogni forma di competizione dovrebbe essere assente, perché appunto, Socraticamente, dovrebbe basarsi sul dialogo e sul confronto. Dovrebbe essere un contesto in cui non ci sono né vincitori né vinti, ma un procedere insieme verso la sapienza.

Mi trovo a pensare per questa situazione, che la cultura filosofica deve essere caduta nelle mani dei sofisti, che educano le masse all'ignoranza. 

Dopotutto i sofisti nell'antica Grecia, erano coloro che asservivano la sapienza alla politica, trasformando questa in demagogia.

Io affermo con forza che non deve avere nessuna importanza tra filosofi, sapere chi di loro sia il migliore, ma solo che la verità sia disvelata. Questo è vero amore per la sapienza. E vi saranno ceste ricolme di filosofi accreditati come tali perché gli uni con altri si tributano riconoscimenti e meriti, pronti a dichiarare che io non posso essere considerato un filosofo, io che non cerco di avere credito, ma dialogo con chi è ugualmente interessato come me, al miglioramento di sé stesso, e cerca dunque ausilio nella riflessione.

Chi è più avanti può certamente aiutare chi è più indietro, ma colui che autenticamente cerca la sapienza, saprà certamente riconoscere il buon consiglio, senza che sia da altri accreditata la sua fonte.

Io questo affermo, che non è solo una verità cristiana, ma che appartiene alla natura umana, che a fondamento della sapienza vi sia la disposizione al confronto.

Ma si pensi, riguardo all'ideologia della competizione allo spasimo, anche al concetto di Stato Azienda, che di tutti gli aspetti della vita sociale, riconosce solo quello produttivo.

Lo Stato non può essere un'azienda, ma un insieme di strutture organizzative e di regole di convivenza che una collettività solidale si dà, allo scopo di gestire la vita sociale degli individui che appartengono a questa collettività; ma sarebbe meglio dire "che a questa collettività partecipano". In questo senso era stata formulata la Costituzione Italiana, in cui si dice che la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della costituzione.

Io dico che però in realtà lo Stato è effettivamente un'azienda, nel senso che c'è un divario così elevato nella distribuzione della ricchezza, da vanificare che una qualsiasi forma di organizzazione sociale riesca a garantire l'effettivo esercizio della democrazia, e fa sì invece che il potere sia in realtà detenuto da quella ristretta minoranza che detiene la grande maggioranza della ricchezza globale.

Ora perché la Costituzione Italiana potesse essere promulgata, è stata combattuta una guerra di liberazione, e io non penso che perché una maggiore giustizia sociale possa essere ottenuta, si debba combattere una nuova guerra di liberazione; cioè che occorra, in altri termini, un'insurrezione armata contro lo Stato. Penso che invece sia proprio tramite l'analisi e la diffusione delle verità sociali, che le classi più svantaggiate possano raggiungere, non tanto il riconoscimento, ma l'attuazione dei propri diritti.

Io dico che viviamo in un'epoca storica in cui i diritti sono riconosciuti ma non attuati, e che per questo la più efficace arma politica di liberazione consiste appunto nella verità.

Proprio riguardo al fatto che vi sia effettiva libertà di espressione in Italia e in Europa tuttavia, io nutro grandi perplessità. Lo stesso divario nella distribuzione della ricchezza, pone limiti all'esercizio della libertà di espressione. C'è da capire fino a che punto arrivano questi limiti, ma a me sembra che con il passare degli anni questi limiti si sono andati accrescendo, e che le possibilità effettive di espressione siano sempre più ristrette.

La libertà di parola e di espressione è certamente riconosciuta, ma sempre di più mi sembra diminuire la possibiltà di poterla effettivamente esercitare. 

Mi sembra che il fatto che in altri paesi vi sia una censura anche violenta del dissenso che da noi non sembra esservi, sia più legato al fatto che per esercitare un controllo sull'informazione, in questi paesi, coloro che detengono il potere politico, abbiano a disposizione meno mezzi economici che permettano loro di gestire organizzativamente l'informazione. A me sembra che invece qui da noi, la ricchezza sproporzionata dei più ricchi, renda possibile a chi detiene il potere economico in tale misura, oltre alla gestione di fatto del potere politico, anche di controllare organizzativamente l'informazione, senza nemmeno il bisogno di esercitare forme di censura. Non c'è bisogno di censurare chi potrebbe dire cose scomode, perché per come l'informazione è organizzata, molto difficilmente questi trova possibilità di rivolgersi a un auditorio.

La disinformazione è poi sostenuta da una pressione verso un mascherato degrado culturale. A me personalmente capita di incontrare giovani sempre più poveri di strumenti critici, che si affidano ai giudizi dei cosiddetti "esperti", più che altro con il desiderio di non fare brutta figura. Mi sembra di assistere a un generale decadimento del pensiero razionale. Cosa sia verità, questi davvero non lo sanno.

Tipo:

D.- Ma non sei capace di capire se un ragionamento fila?

R.- Sì, ma bisogna vedere un esperto che ne pensa.

"Ipse dixit", dove gli "Ipse" si sono moltiplicati e hanno proliferato alquanto, per adeguarsi forse all'incremento demografico. Ce n'è per tutti i gusti: mirtillo, fragola, banana, pistacchio, crema, cioccolato... Purché, per favore, si eviti di pensare con la propria testa; come una volta sugli autobus recitava il cartello, "Vietato sputare".  

Il problema è anche che in occidente, il divario nella distribuzione della ricchezza è tale, che mi sembra poco ragionevole pensare che questo divario sia causato dal fatto che i più ricchi contribuiscono in proporzione altrettanto grande alla produzione della ricchezza globale.

La mia sensazione è di vivere in una specie di feudalesimo finanziario piuttosto che in una democrazia. Un feudalesimo basato, ancora una volta, sulla menzogna e sull'ipocrisia.

Dal potere dello Stato Italiano, vorrei tanto potermi liberare; da questa situazione in cui non conto niente, e sono annullato come persona umana. Da questa sedicente democrazia che ti include, ma a cui è così difficile poter partecipare, in cui sì potrei votare, ma non, trovare chi mi rappresenti.

                                                        Maurizio Proietti iopropars


Il mio esistenzialismo

Io prospetto una teoria della conoscenza legata all'etica, e da cui scaturisce una politica.

Per approfondire il concetto di teoria della conoscenza legata all'etica, porto l'esempio che segue: 
Si può continuare la ricerca medica abbandonando la concezione etica che è stata associata allo sviluppo della scienza medica? La mia risposta è no, perché in questo modo si viene a perdere la cognizione dell'oggetto della propria ricerca scientifica. Nella mia concezione, la bioetica è sinergica alla ricerca scientifica.

Riguardo alla politica, credo che se il Cristo dice "Il mio Regno non è di questo mondo", questo non significa che il cristiano non debba occuparsi di politica, ma che non debba imporre il cristianesimo per mezzo della politica.

Io sono dunque per una società laica, ovvero aconfessionale, in cui la vita collettiva si organizza attraverso il confronto. Il cristiano, anziché imporre la propria fede, deve piuttosto dare esempio di integrità, anche nella vita politica.

                                                           Maurizio Proietti iopropars

Favorevole a legalizzare l'ora

Vignetta di Maurizio Proietti iopropars Favorevole a legalizzare l'ora Pensavo ai miei amici di quando ero giovane, quando mi è venuta i...