Disvelamento dell'essere
Colgo il pretesto di spiegare il significato artistico del mio video che propongo nel presente articolo, per sviluppare una riflessione sull'Opera d'Arte.
È un piccolo trattato di estetica. Necessario, se c'è chi si pone l' alienata domanda se l' intelligenza artificiale possa generare opere d' arte.
Arte dunque come disvelamento dell' essere.
Chiariamo il concetto.
Innanzitutto vorrei dire che dalla presente riflessione è escluso il discorso religioso, non perché venga negato, ma perché viene tralasciato, in quanto si ritiene di doverlo trattare separatamente.
Se io dico "l'essere", intendo "l'essere nella sua concretezza", e dunque l'oggetto della nostra esperienza, e che è pertanto il fondamento della nostra conoscenza. Infatti non possiamo avere nessuna esperienza, neppure indiretta, del non essere, e dunque il non essere non è oggetto della nostra conoscenza, ma il limite alla nostra possibilità di conoscere. Il non essere è il limite, giunti al quale, la funzione del conoscere non ha più alcun senso. Nulla può essere conosciuto se non vi è nulla da conoscere.
Questo è quanto riguarda l'essere. Vediamo "disvelamento".
"Disvelamento" non è "rivelazione", perché mostra con chiarezza, ciò che è già presente, ma che è in qualche modo "velato", quindi non completamente manifesto; ci aiuta a comprenderlo. Ci aiuta a comprenderlo in quanto arricchisce la nostra esperienza.
Prediamo come esempio il video che vi ho proposto, e la carica sensuale in esso espressa. Io ho prodotto questo video come reazione a una condizione di alienazione che percepisco, che quindi io personalmente sento, in un atteggiamento culturale diffuso nella nostra società, e che riguarda la sensualità. È un atteggiamento culturale che a mio avviso conduce verso modelli stereotipati, e dunque a una perdita di autenticità, che arriva a coinvolgere i momenti più intimi.
In questo video vi è un corpo femminile solo grossolanamente accennato, e la sua carica sensuale è diversamente portata all' espressione attraverso movimenti di linee e di colori.
Ora se un determinato artefatto riesce ad evocare in noi la presenza di un determinato ente, e cioè di una cosa qualsiasi, senza chiamarlo e senza mostralo, ma semplicemente accennandolo, io penso che deve essere perché quell'artefatto richiama in noi quella che per noi è la sua essenza, intesa come il suo modo di essere in noi stessi. Quell'artefatto, pure senza nominare né descrivere quel determinato ente, ci riporta dunque al suo significato.
Chiariamo anche il concetto di "significato". Se la parola con la quale indichiamo un certo oggetto è un segno, il significato di quella parola, è quanto, a partire dalla nostra esperienza di questo oggetto, noi abbiamo elaborato in noi stessi. Per capire il significato di una parola che si riferisce a un determinato ente, dobbiamo avere una relazione con quel determinato ente, e questa relazione produce un sentimento che in noi stessi lo rende presente. Proprio a questo sentimento ci riferiamo, quando cercando di ricordare una parola che in un conversazione ci sfugge, diciamo "Ce l' ho sulla punta della lingua".
Soffermiamoci un attimo su questa circostanza. Se noi riconosciamo un determinato ente come quel determinato ente, poniamo sia un utensile qualsiasi, è perché oltre ad essere presente fuori di noi, è presente anche dentro di noi, in quanto di esso abbiamo avuto esperienza. Se ci possiamo riferire ad esso quando è materialmente assente, è perché in noi è comunque presente. Possiamo esprimere il concetto dicendo che il nostro essere in relazione con quel determinato ente prosegue anche quando esso è assente.
Questo discorso sul significato, si distacca dalla semantica tradizionale in quanto fa uso di un mondo interiore in relazione con un mondo esteriore, e ogni parola è associata sia a un oggetto del mondo esterno, che alla presenza di questo oggetto nel nostro mondo interiore. È una prospettiva che viene da una riflessione sulla conoscenza che noi abbiamo del mondo.
Il nostro essere in relazione con il mondo è il principio primo del nostro conoscere, e poiché noi esseri umani non siamo puro pensiero ma anche sentimenti ed emozioni, non possiamo escludere i nostri sentimenti e le nostre emozioni dal nostro rapporto conoscitivo con il mondo.
Ciò che ci può allontanare da questa affermazione e condurci al fraintendimento, può venire da un'errata interpretazione dell'esempio della fisica. Considerando questo esempio possiamo giungere alla conclusione che per avere una conoscenza chiara del mondo che ci circonda, dobbiamo lasciare da parte le nostre emozioni. Però tale conclusione è erronea, perché non considera le caratteristiche dell'oggetto della fisica.
I filosofi Aristotelici medievali, all'osservazione che corpi in caduta libera aumentavano la loro velocità all'approssimarsi alla terra, davano la spiegazione che gli oggetti accelerassero, perché "felici di avvicinarsi alla loro condizione naturale", la Terra appunto. Costoro attribuivano alla materia inanimata, delle dinamiche di tipo emotivo che sono proprie del mondo animale, e furono criticati da pensatori più accorti, il cui pensiero prese il sopravvento.
Il problema di quei filosofi "aristotelici", era che erano slegati dall'osservazione. Pensiamo tuttavia alla distinzione tra la materia inanimata e gli animali. Ciò che io affermo, è che noi possiamo definire la materia inanimata come "materia inanimata", solo confrontando la percezione che abbiamo di noi stessi, con la percezione che abbiamo del mondo. Noi ci percepiamo come "materia animata" perché avvertiamo che il nostro corpo è al tempo stesso soggetto alle leggi del mondo fisico come alla nostra personale volontà. Ecco allora che proprio grazie alla percezione che abbiamo di noi stessi, possiamo distinguerci dalle pietre e trovarci più simili agli animali, che appunto ci appaiano come animati da sé stessi.
Noi escludiamo dalla fisica le emozioni, per lo stesso motivo per cui diciamo che non ha senso adirarsi con una pietra che, posta in bilico, ci cade addosso perché il terreno sottostante ha franato, perché riconosciamo che la pietra non ha una volontà propria.
Supponiamo tuttavia di trovare una pietra con una forma insolita ma che richiama qualcosa a noi familiare. Magari allora potrebbe farci piacere raccoglierla e portarla con noi e usarla in casa nostra come ornamento, quasi a suggerirci il fatto che eventi casuali come la formazione di una pietra, possono procedere in modi insoliti e produrre anche talvolta, risultati che per noi sono significativi, del tipo "ma guarda somiglia a una faccia".
Anche le emozioni del tipo di quella che proviamo nell' imbatterci in quella pietra, rientrano nel processo conoscitivo, e possono costituire per noi degli orientamenti.
Pensiamo a quanto insolito deve essere stato il processo che dalla materia inanimata ha prodotto la vita, e a quanto il risultato di questo processo è importante per noi. Così che il significato che per noi ha quella pietra, potrebbe essere "Vedi? Se la materia è cieca e può risultare ostile, può essere anche benigna". Quella pietra può essere per noi rassicurante: ci dice che per quanto il fatto che noi stessi stiamo al mondo, sia poco probabile, è abbastanza probabile da renderlo possibile.
Quell' emozione è legata a un' intuizione del mondo, che sarebbe un grave errore volere eliminare da noi stessi per essere scientifici.
Così per tornare alla fisica intesa come scienza, possiamo affermare che, nel progresso del pensiero nella storia, ormai ci è chiaro che le emozioni non influenzano i fenomeni fisici. Allora, se escludiamo le emozioni dalla costruzione della fisica, è perché non sono coinvolte nei fenomeni che la fisica descrive, e non perché le "mettiamo da parte" per avere una visione più chiara. La chiarezza è nell'aver riconosciuto che non influenzano i fenomeni fisici.
Diverso è il discorso se si pretende di ricavare una conoscenza "oggettiva" di un altro essere umano, costruendo una psicologia che ricalchi il modello della fisica. Oserei dire che ci imbarchiamo in un impresa disumana.
Possiamo realmente conoscere un altro essere umano, solo se abbiamo con lui una relazione, perché un essere umano ha capacità interattive, e conoscerlo significa fare esperienza delle modalità con cui interagisce. La psicologia che andiamo a costruire sul modello della fisica, va "scientificamente" a negare una parte importante delle persone che descrive; va a disumanizzarle in nome di un fraintendimento epistemologico. Così chi porterà avanti questo progetto arriverà a dire "Potrà sembrare anche disumano, ma dobbiamo essere scientifici". Però, da un punto di vista scientifico, siamo sulla falsariga dei filosofi aristotelici medievali, che facevano l' errore opposto.
Io sostengo che il processo del conoscere è sempre un porsi in relazione con l'oggetto della nostra conoscenza, e che noi, per poter conoscere, ci poniamo in relazione con esso interamente e con tutta la nostra conoscenza presente. Non c'è nulla che vada messo da parte o "tra parentesi" come Husserl prescrive di fare nella sua fenomenologia applicando quella che lui chiama "epoché fenomenologica".
Io non penso che l'essere umano abbia bisogno di elaborare nuovi metodi che gli diano accesso a una qualsiasi forma di conoscenza.
Per spiegarmi, io sono convinto che la consapevolezza, al pari della memoria, è una facoltà della mente umana, e che come la memoria, se la si vuole sviluppare, occorre esercitarla.
Per conoscere, l'essere umano, deve semplicemente usare le proprie facoltà psichiche.
La mente umana è dotata di facoltà che tanto più si sviluppano quanto più si esercitano.
Penso per questo che sia ozioso voler misurare la propria intelligenza con i test di intelligenza. Mi sembra ovvio che se si è interessati alla matematica, si può aumentare la propria comprensione della matematica, studiando il pensiero matematico. Allo stesso modo, se si è interessati alla filosofia, si può aumentare la propria comprensione della filosofia studiando il pensiero filosofico, e via discorrendo, proprio come, se si è interessati a suonare uno strumento musicale, per aumentare la propria capacità di suonare quello strumento, ci dobbiamo dedicare al suo studio.
Che bisogno abbiamo di misurare la potenza delle nostre facoltà psichiche? Possiamo facilmente renderci conto dei progressi a cui ci conduce il nostro impegno, se il nostro studio non proviene dal desiderio di ricevere ammirazione dagli altri. ma dal nostro genuino interesse, che lo studio può soddisfare, oppure no.
Dedichiamoci dunque alle cose che ci interessano, e sviluppiamo in questo le nostre naturali facoltà, esercitando queste facoltà.
Così ripeto che mi pare alquanto illusoria l'idea di dovere sviluppare nuovi metodi che aprano nuovi orizzonti conoscitivi.
Prendiamo come esempio la meditazione basata sul respiro, che ritroviamo nella filosofia Zen.
La meditazione basata sul respiro parte dalla constatazione che gli ostacoli che noi poniamo al naturale funzionamento della nostra mente, hanno un correlato nel funzionamento della nostra respirazione. È per questo che liberando il respiro, possiamo restituire alla nostra mente la sua funzione naturale, liberandola dai limiti e dalle illusioni che noi stessi costruiamo.
Con la meditazione trascendentale, non si tratta di spingere la nostra mente nei meandri di universi paralleli e sconosciuti, in cui i misteri dell'essere e della vita sono svelati, ma solo di abbandonare i nostri errori, legati alla dimensione del desiderio, come è stato intuito dalla filosofia Zen, che è uno sviluppo del Buddismo.
Dunque non si tratta di costruire nuovi strumenti per il nostro pensiero, ma di lasciare funzionare correttamente le nostre naturali facoltà umane.
Un esempio di ciò possiamo ritrovarlo nella nostra esperienza, quando ci capita come ci può capitare, di forzare nella nostra interpretazione un testo filosofico che noi leggiamo. In questo caso arriviamo a stabilire che dice cose diverse da quelle che effettivamente dice. È un errore che se viene fatto, può essere confutato attraverso l' analisi di quel testo, del tipo "se volesse dire quello, qui sarebbe scritto in quest'altro modo". Se il testo ha un significato univoco, non ambiguo, un'interpretazione erronea può essere dimostrata come tale. Però per correggerci dobbiamo lasciare andare qualcosa a cui siamo legati e che ci forza nell'errore e ci impedisce di comprendere. Non è coinvolto solo un processo logico, perché interviene anche un processo emotivo.
Però, ancora, non si tratta di escludere le nostre emozioni dal processo conoscitivo, ma di avere la capacità di elaborarle, affinché non generino interferenze ma siano di stimolo per l'apprendimento.
Consideriamo ora il nostro processo conoscitivo come porci in relazione all'oggetto della nostra conoscenza. La conoscenza di noi stessi deve essere distinta dalla conoscenza dell'oggetto, ma non può essere da essa separata.
Ogni processo conoscitivo ha bisogno che sia posta una linea di demarcazione tra ciò che noi consideriamo essere parte di noi stessi, e ciò che noi consideriamo essere qualcosa che è altro da noi stessi. Poi però, la conoscenza di noi stessi ha bisogno della nostra percezione del mondo, come la nostra conoscenza del mondo ha bisogno della percezione che noi abbiamo di noi stessi.
Noi possiamo conoscere le cose che ci circondano, non come sono in sé stesse, ma come sono per noi, secondo l'esperienza che abbiamo di noi stessi; e anche noi stessi, ci possiamo conoscere, non come siamo in noi stessi, ma come siamo per noi stessi, secondo la nostra esperienza del mondo. È questa una riflessione di derivazione kantiana, quando Kant afferma che anche noi stessi ci conosciamo come fenomeno.
Noi siamo al tempo stesso in relazione con noi stessi e con il mondo, e su questa doppia e contemporanea relazione si fonda la nostra capacità conoscitiva. Pertanto possiamo dire che la nostra conoscenza è sempre relativa, e che una conoscenza assoluta è per noi un concetto senza senso. Kantianamente, una conoscenza assoluta esula dal funzionamento dell'intelletto umano.
Se conoscere ci viene dall' essere in relazione, conoscere è sempre anche distinguere, dunque porre in relazione tra loro i vari enti che costituiscono l' oggetto della nostra conoscenza. Così ancora, un oggetto inanimato è tale in quanto esistono nel nostro mondo gli esseri viventi, di cui noi stessi siamo esemplari.
Ma se ammettiamo che il conoscere avviene nel porre in relazione noi stessi con gli oggetti della nostra conoscenza, dobbiamo considerare che il pensiero razionale è solo una parte di ciò che noi siamo, e che pertanto il pensiero razionale da solo non può risolvere la nostra conoscenza del mondo, e che il modello della fisica non può esaurire tutte le nostre necessità conoscitive.
Torniamo dunque all' opera d'arte. Al pari della parola, che è invece una convenzione sociale, l'opera d'arte, arbitraria nella sua genesi, ha la capacità di evocare in noi ciò che è assente. Essa non descrive semplicemente le cose, ma invece ci parla di esse evocandole in noi stessi perché ci riporta al modo in cui le sentiamo.
L' opera d'arte ci riporta al nostro sentire, e ce lo rende presente, così che su di esso noi stabiliamo un pensiero, e dunque ne acquistiamo consapevolezza. La consapevolezza è ciò che ci viene dalla riflessione, dal soffermarci a pensare al nostro modo di operare.
La consapevolezza è un associare all'azione, il pensiero su quell'azione, così che quell'azione diventiamo capaci di descrivere.
La consapevolezza non è una tecnica nuova o antica, ma una facoltà degli esseri umani.
La consapevolezza è diversa dalla coscienza.
La coscienza è uno stato, un modo di essere della nostra mente, che può esservi oppure può non esservi. Non siamo coscienti, ad esempio, se siamo immersi in in sonno profondo.
La coscienza è una condizione nella quale possiamo o meno trovarci, mentre la consapevolezza è un processo che noi possiamo decidere o meno di effettuare.
La consapevolezza è un processo che possiamo decidere o meno di portare avanti, e avviene quando ci rivolgiamo a conoscere noi stessi.
L' opera d'arte ci aiuta nel processo di consapevolezza, riportandoci alla nostra relazione con determinati enti, evocando i sentimenti che questi ci suscitano. In questo senso è disvelamento dell'essere.
Ma torniamo all' esempio del video che vi ho proposto.
Io trovo che siamo immersi in un processo di alienazione culturale, in cui si costruisce una sensualità basata sulla sovraesposizione del corpo della donna, che viene proposto come si propongono articoli di vestiario, così da ricalcare modelli stereotipati. In tal modo l'autenticità della persona umana viene a scomparire persino nei momenti più intimi. Come reazione a questa percezione, nel video presento una mia personale espressione di sensualità, resa principalmente attraverso forme e colori.
Il video è dunque inteso a una riappropriazione di me stesso e a invitare anche gli altri a riportarsi a sé stessi. In questo senso ha una funzione culturale di disvelamento dell'essere.
Maurizio Proietti iopropars
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