lunedì 28 settembre 2026

L' Arte che disvela l'essere




Disvelamento dell'essere


Colgo il pretesto di spiegare il significato artistico del mio video che propongo nel presente articolo, per sviluppare una riflessione sull'Opera d'Arte.

È un piccolo trattato di estetica. Necessario, se c'è chi si pone l' alienata domanda se l' intelligenza artificiale possa generare opere d' arte.

Arte dunque come disvelamento dell' essere.

Chiariamo il concetto.

Innanzitutto vorrei dire che dalla presente riflessione è escluso il discorso religioso, non perché venga negato, ma perché viene tralasciato, in quanto si ritiene di doverlo trattare separatamente.

Se io dico "l'essere", intendo "l'essere nella sua concretezza", e dunque l'oggetto della nostra esperienza, e che è pertanto il fondamento della nostra conoscenza. Infatti non possiamo avere nessuna esperienza, neppure indiretta,  del non essere, e dunque il non essere non è oggetto della nostra conoscenza, ma il limite alla nostra possibilità di conoscere. Il non essere è il limite, giunti al quale, la funzione del conoscere non ha più alcun senso. Nulla può essere conosciuto se non vi è nulla da conoscere.

Questo è quanto riguarda l'essere. Vediamo "disvelamento".

"Disvelamento" non è "rivelazione", perché mostra con chiarezza, ciò che è già presente, ma che è in qualche modo "velato", quindi non completamente manifesto; ci aiuta a comprenderlo. Ci aiuta a comprenderlo in quanto arricchisce la nostra esperienza.

Prediamo come esempio il video che vi ho proposto, e la carica sensuale in esso espressa. Io ho prodotto questo video come reazione a una condizione di alienazione che percepisco, che quindi io personalmente sento, in un atteggiamento culturale diffuso nella nostra società, e che riguarda la sensualità. È un atteggiamento culturale che a mio avviso conduce verso modelli stereotipati, e dunque a una perdita di autenticità, che arriva a coinvolgere i momenti più intimi.

In questo video vi è un corpo femminile solo grossolanamente accennato, e la sua carica sensuale è diversamente portata all' espressione attraverso movimenti di linee e di colori. 

Ora se un determinato artefatto riesce ad evocare in noi la presenza di un determinato ente, e cioè di una cosa qualsiasi, senza chiamarlo e senza mostralo, ma semplicemente accennandolo, io penso che deve essere perché quell'artefatto richiama in noi quella che per noi è la sua essenza, intesa come il suo modo di essere in noi stessi. Quell'artefatto, pure senza nominare né descrivere quel determinato ente, ci riporta dunque al suo significato. 

Chiariamo anche il concetto di "significato". Se la parola con la quale indichiamo un certo oggetto è un segno, il significato di quella parola, è quanto, a partire dalla nostra esperienza di questo oggetto, noi abbiamo elaborato in noi stessi. Per capire il significato di una parola che si riferisce a un determinato ente, dobbiamo avere una relazione con quel determinato ente, e questa relazione produce un sentimento che in noi stessi lo rende presente. Proprio a questo sentimento ci riferiamo, quando cercando di ricordare una parola che in un conversazione ci sfugge, diciamo "Ce l' ho sulla punta della lingua".

Soffermiamoci un attimo su questa circostanza. Se noi riconosciamo un determinato ente come quel determinato ente, poniamo sia un utensile qualsiasi, è perché oltre ad essere presente fuori di noi, è presente anche dentro di noi, in quanto di esso abbiamo avuto esperienza. Se ci possiamo riferire ad esso quando è materialmente assente, è perché in noi è comunque presente. Possiamo esprimere il concetto dicendo che il nostro essere in relazione con quel determinato ente prosegue anche quando esso è assente.

Questo discorso sul significato, si distacca dalla semantica tradizionale in quanto fa uso di un mondo interiore in relazione con un mondo esteriore, e ogni parola è associata sia a un oggetto del mondo esterno, che alla presenza di questo oggetto nel nostro mondo interiore.  È una prospettiva che viene da una riflessione sulla conoscenza che noi abbiamo del mondo.

Il nostro essere in relazione con il mondo è il principio primo del nostro conoscere, e poiché noi esseri umani non siamo puro pensiero ma anche sentimenti ed emozioni, non possiamo escludere i nostri sentimenti e le nostre emozioni dal nostro rapporto conoscitivo con il mondo.

Ciò che ci può allontanare da questa affermazione e condurci al fraintendimento, può venire da un'errata interpretazione dell'esempio della fisica. Considerando questo esempio possiamo giungere alla conclusione che per avere una conoscenza chiara del mondo che ci circonda, dobbiamo lasciare da parte le nostre emozioni. Però tale conclusione è erronea, perché non considera le caratteristiche dell'oggetto della fisica.

I filosofi Aristotelici medievali, all'osservazione che corpi in caduta libera aumentavano la loro velocità all'approssimarsi alla terra, davano la spiegazione che gli oggetti accelerassero, perché "felici di avvicinarsi alla loro condizione naturale", la Terra appunto. Costoro attribuivano alla materia inanimata, delle dinamiche di tipo emotivo che sono proprie del mondo animale, e furono criticati da pensatori più accorti, il cui pensiero prese il sopravvento.

Il problema di quei filosofi "aristotelici", era che erano slegati dall'osservazione. Pensiamo tuttavia alla distinzione tra la materia inanimata e gli animali. Ciò che io affermo, è che noi possiamo definire la materia inanimata come "materia inanimata", solo confrontando la percezione che abbiamo di noi stessi, con la percezione che abbiamo del mondo. Noi ci percepiamo come "materia animata" perché avvertiamo che il nostro corpo è al tempo stesso soggetto alle leggi del mondo fisico come alla nostra personale volontà. Ecco allora che proprio grazie alla percezione che abbiamo di noi stessi, possiamo distinguerci dalle pietre e trovarci più simili agli animali, che appunto ci appaiano come animati da sé stessi. 

Noi escludiamo dalla fisica le emozioni, per lo stesso motivo per cui diciamo che non ha senso adirarsi con una pietra che, posta in bilico, ci cade addosso perché il terreno sottostante ha franato, perché riconosciamo che la pietra non ha una volontà propria. 

Supponiamo tuttavia di trovare una pietra con una forma insolita ma che richiama qualcosa a noi familiare. Magari allora potrebbe farci piacere raccoglierla e portarla con noi e usarla in casa nostra come ornamento, quasi a suggerirci il fatto che eventi casuali come la formazione di una pietra, possono procedere in modi insoliti e produrre anche talvolta, risultati che per noi sono significativi, del tipo "ma guarda somiglia a una faccia".

Anche le emozioni del tipo di quella che proviamo nell' imbatterci in quella pietra, rientrano nel processo conoscitivo, e possono costituire per noi degli orientamenti.

Pensiamo a quanto insolito deve essere stato il processo che dalla materia inanimata ha prodotto la vita, e a quanto il risultato di questo processo è importante per noi. Così che il significato che per noi ha quella pietra, potrebbe essere "Vedi? Se la materia è cieca e può risultare ostile, può essere anche benigna". Quella pietra può essere per noi rassicurante: ci dice che per quanto il fatto che noi stessi stiamo al mondo, sia poco probabile, è abbastanza probabile da renderlo possibile. 

Quell' emozione è legata a un' intuizione del mondo, che sarebbe un grave errore volere eliminare da noi stessi per essere scientifici.

Così per tornare alla fisica intesa come scienza, possiamo affermare che, nel progresso del pensiero nella storia, ormai ci è chiaro che le emozioni non influenzano i fenomeni fisici. Allora, se escludiamo le emozioni dalla costruzione della fisica, è perché non sono coinvolte nei fenomeni che la fisica descrive, e non perché le "mettiamo da parte" per avere una visione più chiara. La chiarezza è nell'aver riconosciuto che non influenzano i fenomeni fisici.

Diverso è il discorso se si pretende di ricavare una conoscenza "oggettiva" di un altro essere umano, costruendo una psicologia che ricalchi il modello della fisica. Oserei dire che ci imbarchiamo in un impresa disumana.

Possiamo realmente conoscere un altro essere umano, solo se abbiamo con lui una relazione, perché un essere umano ha capacità interattive, e conoscerlo significa fare esperienza delle modalità con cui interagisce. La psicologia che andiamo a costruire sul modello della fisica, va "scientificamente" a negare una parte importante delle persone che descrive; va a disumanizzarle in nome di un fraintendimento epistemologico. Così chi porterà avanti questo progetto arriverà a dire "Potrà sembrare anche disumano, ma dobbiamo essere scientifici". Però, da un punto di vista scientifico, siamo sulla falsariga dei filosofi aristotelici medievali, che facevano l' errore opposto.

Io sostengo che il processo del conoscere è sempre un porsi in relazione con l'oggetto della nostra conoscenza, e che noi, per poter conoscere, ci poniamo in relazione con esso interamente e con tutta la nostra conoscenza presente. Non c'è nulla che vada messo da parte o "tra parentesi" come Husserl prescrive di fare nella sua fenomenologia applicando quella che lui chiama "epoché fenomenologica".

Io non penso che l'essere umano abbia bisogno di elaborare nuovi metodi che gli diano accesso a una qualsiasi forma di conoscenza. 

Per spiegarmi, io sono convinto che la consapevolezza, al pari della memoria, è una facoltà della mente umana, e che come la memoria, se la si vuole sviluppare, occorre esercitarla. 

Per conoscere, l'essere umano, deve semplicemente usare le proprie facoltà psichiche.

La mente umana è dotata di facoltà che tanto più si sviluppano quanto più si esercitano. 

Penso per questo che sia ozioso voler misurare la propria intelligenza con i test di intelligenza.  Mi sembra ovvio che se si è interessati alla matematica, si può aumentare la propria comprensione della matematica, studiando il pensiero matematico. Allo stesso modo, se si è interessati alla filosofia, si può aumentare la propria comprensione della filosofia studiando il pensiero filosofico, e via discorrendo, proprio come, se si è interessati a suonare uno strumento musicale, per aumentare la propria capacità di suonare quello strumento, ci dobbiamo dedicare al suo studio.

Che bisogno abbiamo di misurare la potenza delle nostre facoltà psichiche? Possiamo facilmente renderci conto dei progressi a cui ci conduce il nostro impegno, se il nostro studio non proviene dal desiderio di ricevere ammirazione dagli altri. ma dal nostro genuino interesse, che lo studio può soddisfare, oppure no. 

Dedichiamoci dunque alle cose che ci interessano, e sviluppiamo in questo le nostre naturali facoltà, esercitando queste facoltà.

Così ripeto che mi pare alquanto illusoria l'idea di dovere sviluppare nuovi metodi che aprano nuovi orizzonti conoscitivi. 

Prendiamo come esempio la meditazione basata sul respiro, che ritroviamo nella filosofia Zen. 

La meditazione basata sul respiro parte dalla constatazione che gli ostacoli che noi poniamo al naturale funzionamento della nostra mente, hanno un correlato nel funzionamento della nostra respirazione. È per questo che liberando il respiro, possiamo restituire alla nostra mente la sua funzione naturale, liberandola dai limiti e dalle illusioni che noi stessi costruiamo.

Con la meditazione trascendentale, non si tratta di spingere la nostra mente nei meandri di universi paralleli e sconosciuti, in cui i misteri dell'essere e della vita sono svelati, ma solo di abbandonare i nostri errori, legati alla dimensione del desiderio, come è stato intuito dalla filosofia Zen, che è uno sviluppo del Buddismo. 

Dunque non si tratta di costruire nuovi strumenti per il nostro pensiero, ma di lasciare funzionare correttamente le nostre naturali facoltà umane.

Un esempio di ciò possiamo ritrovarlo  nella nostra esperienza, quando ci capita come ci può capitare, di forzare nella nostra interpretazione un testo filosofico che noi leggiamo. In questo caso arriviamo a stabilire che dice cose diverse da quelle che effettivamente dice. È un errore che se viene fatto, può essere confutato attraverso l' analisi di quel testo, del tipo "se volesse dire quello, qui sarebbe scritto in quest'altro modo". Se il testo ha un significato univoco, non ambiguo, un'interpretazione erronea può essere dimostrata come tale. Però per correggerci dobbiamo lasciare andare qualcosa a cui siamo legati e che ci forza nell'errore e ci impedisce di comprendere. Non è coinvolto solo un processo logico, perché interviene anche un processo emotivo.

Però, ancora, non si tratta di escludere le nostre emozioni dal processo conoscitivo, ma di avere la capacità di elaborarle, affinché non generino interferenze ma siano di stimolo per l'apprendimento.

Consideriamo ora il nostro processo conoscitivo come porci in relazione all'oggetto della nostra conoscenza. La conoscenza di noi stessi deve essere distinta dalla conoscenza dell'oggetto, ma non può essere da essa separata. 

Ogni processo conoscitivo ha bisogno che sia posta una linea di demarcazione tra ciò che noi consideriamo essere parte di noi stessi, e ciò che noi consideriamo essere qualcosa che è altro da noi stessi. Poi però, la conoscenza di noi stessi ha bisogno della nostra percezione del mondo, come la nostra conoscenza del mondo ha bisogno della percezione che noi abbiamo di noi stessi.

Noi possiamo conoscere le cose che ci circondano, non come sono in sé stesse, ma come sono per noi, secondo l'esperienza che abbiamo di noi stessi; e anche noi stessi, ci possiamo conoscere, non come siamo in noi stessi, ma come siamo per noi stessi, secondo la nostra esperienza del mondo. È questa una riflessione di derivazione kantiana, quando Kant afferma che anche noi stessi ci conosciamo come fenomeno.

Noi siamo al tempo stesso in relazione con noi stessi e con il mondo, e su questa doppia e contemporanea relazione si fonda la nostra capacità conoscitiva. Pertanto possiamo dire che la nostra conoscenza è sempre relativa, e che una conoscenza assoluta è per noi un concetto senza senso. Kantianamente, una conoscenza assoluta esula dal funzionamento dell'intelletto umano.

Se conoscere ci viene dall' essere in relazione, conoscere è sempre anche distinguere, dunque porre in relazione tra loro i vari enti che costituiscono l' oggetto della nostra conoscenza. Così ancora, un oggetto inanimato è tale in quanto esistono nel nostro mondo gli esseri viventi, di cui noi stessi siamo esemplari.

Ma se ammettiamo che il conoscere avviene nel porre in relazione noi stessi con gli oggetti della nostra conoscenza, dobbiamo considerare che il pensiero razionale è solo una parte di ciò che noi siamo, e che pertanto il pensiero razionale da solo non può risolvere la nostra conoscenza del mondo, e che il modello della fisica non può esaurire tutte le nostre necessità conoscitive. 

Torniamo dunque all' opera d'arte. Al pari della parola, che è invece una convenzione sociale, l'opera d'arte, arbitraria nella sua genesi, ha la capacità di evocare in noi ciò che è assente. Essa non descrive semplicemente le cose, ma invece ci parla di esse evocandole in noi stessi perché ci riporta al modo in cui le sentiamo.

L' opera d'arte ci riporta al nostro sentire, e ce lo rende presente, così che su di esso noi stabiliamo un pensiero, e dunque ne acquistiamo consapevolezza. La consapevolezza è ciò che ci viene dalla riflessione, dal soffermarci a pensare al nostro modo di operare.

La consapevolezza è un associare all'azione, il pensiero su quell'azione, così che quell'azione diventiamo capaci di descrivere.

La consapevolezza non è una tecnica nuova o antica, ma una facoltà degli esseri umani.

La consapevolezza è diversa dalla coscienza.

La coscienza è uno stato, un modo di essere della nostra mente, che può esservi oppure può non esservi. Non siamo coscienti, ad esempio, se siamo immersi in in sonno profondo.

La coscienza è una condizione nella quale possiamo o meno trovarci, mentre la consapevolezza è un processo che noi possiamo decidere o meno di effettuare.

La consapevolezza è un processo che possiamo decidere o meno di portare avanti, e avviene quando ci rivolgiamo a conoscere noi stessi. 

L' opera d'arte ci aiuta nel processo di consapevolezza, riportandoci alla nostra relazione con determinati enti, evocando i sentimenti che questi ci suscitano. In questo senso è disvelamento dell'essere.

Ma torniamo all' esempio del video che vi ho proposto.

Io trovo che siamo immersi in un processo di alienazione culturale, in cui si costruisce una sensualità basata sulla sovraesposizione del corpo della donna, che viene proposto come si propongono articoli di vestiario, così da ricalcare modelli stereotipati. In tal modo l'autenticità della persona umana viene a scomparire persino nei momenti più intimi. Come reazione a questa percezione, nel video presento una mia personale espressione di sensualità, resa principalmente attraverso forme e colori. 

Il video è dunque inteso a una riappropriazione di me stesso e a invitare anche gli altri a riportarsi a sé stessi. In questo senso ha una funzione culturale di disvelamento dell'essere.

Maurizio Proietti iopropars

Let's dream together
dipinto digitale di
Maurizio Proietti iopropars



 

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sabato 5 settembre 2026

Gli Argonauti


Perché gli Argonauti

Se la mia vocazione è quella del filosofo, e le diramazioni della mia espressione artistica nascono dall'intuizione che il pensiero razionale da solo, è incapace di realizzare la pienezza della conoscenza, allora questo video, che va alle origini del pensiero greco, è un mio piccolo gioiello. 

Non sarebbe corretto affermare che le origini del pensiero greco si perdono nel mito, perché invece proprio nel mito esse vengono, non direi narrate ma piuttosto, descritte.

Il mito greco non è legenda ma mito, anche quando prende le vesti della narrazione epica, perché non è teso a spiegare le circostanze storiche che hanno dato l'avvio a quella civiltà, ma le circostanze psicologiche attraverso cui quella civiltà è stata generata come costruzione collettiva. 

Gli Argonauti affrontarono il mare, per realizzare l'impresa della conquista del Vello d'Oro; e per questo si servirono di una nave che era come un veloce destriero, ma prodotto dall'essere umano attraverso la sua sapienza.

Se pensiamo alle peripezie di Ulisse in un tempo successivo alla spedizione degli Argonauti, lo vediamo ancora viaggiare per mare, e scontrarsi con il mare, la cui personificazione divina è Poseidone, e vediamo che è aiutato da Athena, personificazione divina della Sapienza.

Lo stesso mare non è soltanto una distesa d'acqua, ma un complesso di elementi psicologici condivisi, che trovano nel mare una loro rappresentazione simbolica. E così vediamo che i pericoli affrontati da Ulisse, rappresentano momenti significativi del patrimonio emotivo comune al popolo greco, nel periodo storico in cui i componimenti epici sono stati prodotti.

Detto questo, mi sembra di poter affermare che se le origini del pensiero greco vengono descritte nel mito, è perché il pensiero razionale non può trovare in sé stesso il proprio fondamento. Si ricorre al mito per descrivere la nascita del culto del pensiero razionale, proprio perché al pensiero razionale non è dato di poter fondare sé stesso 

Dal tentativo appunto di trovare il fondamento del pensiero nel pensiero stesso, nasce la metafisica. La metafisica ci parla di un pensiero da cui è escluso l' essere pensante. 

L' "io penso" come invece argomenta Kant, "deve poter precedere ogni mia affermazione, perché altrimenti affermerei su qualcosa che non potrebbe essere pensato e dunque, almeno per me, non sarebbe". Il pensiero, per trovare il proprio fondamento, deve essere riportato all'essere pensante.

La civiltà greca si serve del mito per riferirsi al trascendente. La Sapienza trascende l'essere umano. 

Però il fatto che la Sapienza trascende l'uomo, non vuol dire che sia esterna all' uomo, ovvero che l' essere umano non sia in contatto con sua presenza. Vuol dire semplicemente che non è l'essere umano a produrre la Sapienza, ma deve ascoltare la Sapienza. Kantianamente diremmo che l' essere umano non crea le essenze ma è solo in grado di conoscere. 

Grazie a questa circostanza, per quanto gli esseri umani siano tutti diversi gli uni dagli altri, la nostra conoscenza diviene un patrimonio comune. Ciò che unifica il pensiero e lo rende condivisibile, è il fatto che l' essere umano semplicemente conosce e non crea le essenze.

Come la Sapienza non è generata dall'essere umano ma è qualcosa a cui l'essere umano si deve rifare, così vi sono altre circostanze con cui l'essere umano è costretto a confrontarsi.

Se vogliamo fare una sintesi della civiltà greca, possiamo esprimerla dicendo che per quanto il Logos non fosse uniformante riguardo agli individui, aveva una funzione unificante riguardo al loro pensiero.

Possiamo anche aggiungere che il pensiero greco è decaduto di fronte all' impossibilità di trovare in sé stesso il proprio fondamento, là dove si era posta la necessità di trovare al pensiero un fondamento.

È proprio questa uguaglianza di fronte alla Sapienza tuttavia, che ha potuto essere il nucleo fondante della civiltà greca.

Diversi sono stati i nuclei fondanti che hanno avuto la civiltà giudaica da un lato, e la civiltà romana dall'altro. Per citare altre due civiltà che hanno avuto un ruolo fondamentale nella formazione del pensiero europeo.

Ciò che mi sento di affermare, è che se i greci antichi avessero considerato la sapienza solo secondo una valutazione utilitaria, come qualcosa che permettesse la risoluzione di problemi pratici, non avrebbero avuto bisogno del mito per spiegare il culto della Sapienza come fondamento della loro civiltà. Essi infatti ritrovavano appunto nella Sapienza il carattere distintivo più marcato della natura umana. Era proprio questo riconoscimento che li distingueva dai "barbari", termine che tradotto letteralmente equivale a "balbuzienti".

Maurizio Proietti iopropars


Riporto di seguito il testo della poesia:

Gli Argonauti

Costruirono un leggero scafo

E un nome gli assegnarono

Che il suo incedere indicasse,

La maestria da cui forgiato,

E da quel nome i valorosi

Assunsero il proprio nome

Perché fiducia in quello scafo

Essi volevano riporre

Perché prodotto era di sapienza,

La Sapienza di cui essi

Figli si consideravano.

E fu così che in quel leggero

Scafo solcarono i salati

Abissi come in volo

Violando con i loro remi

L'azzurro senza fine,

Sicuri di riuscire nell'impresa

Come figli della dea Sapienza.

E affrontarono l'ignoto

Animati da un coraggio

Che trasfigurava il loro aspetto.

E non considerarono rapina

Il ratto del Vello d'Oro,

Perché dei Greci

Ne affermarono il diritto,

Fissando nella tradizione

Che la via giusta era

La via dei Greci nel percorrere

Quel mondo così vasto,

Com'era vasto per gli umani

Il mondo degli Antichi.

E vennero per questo

Annoverati presso i Greci

Tra i loro eroi.

Maurizio Proietti iopropars 



 

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domenica 9 agosto 2026

Sogni, incubi, e desideri

Innamorato della luna
Dipinto digitale di 
Maurizio Proietti iopropars


Dormire, forse sognare.

Forse accettare

La possibilità che un destino

Non voluto si compia,

Senza per questo 

Rinunciare a protenderci 

Nel tentativo di evitarlo,

A lottare per allontanarlo,

Forse è questo che ci permette 

Di andare avanti,

Di perseverare,

Di continuare le nostre imprese.

Di questo abbiamo bisogno,

Di accettare i nostri limiti,

Di ammettere

Che l'insuccesso è possibile,

Pur rimanendo determinati 

Nel perseguire i nostri obiettivi,

Nel protenderci verso la meta;

Pur continuando a sperare.

Del nostro destino

Noi padroni non siamo, 

Ma delle nostre azioni soltanto,

Artefici solo

Delle nostre proprie scelte.

Maurizio Proietti iopropars


S. Freud e il sogno

Accettare i nostri limiti, per poter compiere le nostre imprese: questa è forse una saggezza, che non tutti riescono ad apprezzare.

Secondo Freud il sogno è appagamento allucinatorio del desiderio. Freud arriva a questa conclusione dal presupposto che la funzione del sogno sia quella di proteggere il sonno. Il presupposto da cui parte Freud mi sembra sensato. Mi sembra sensato partire dal presupposto che il sogno, associato al sonno, abbia una funzione biologica correlata al sonno. 

Tuttavia osservo che il sonno ha una funzione di recupero e anche una funzione plastica, perché appunto nel sonno REM avviene la sintesi delle proteine. Così penso che il sogno, nel proteggere il sonno, abbia anche la funzione di riequilibrare i processi psichici ed emotivi. Questo non contraddice l'idea del sogno come appagamento allucinatorio del desiderio, ma in una certa misura la precisa.

Consideriamo tuttavia un incubo. Sembra effettivamente strano considerarlo un appagamento allucinatorio di desiderio. Bisogna ammettere, per poterlo fare, che vi sia un desiderio autodistruttivo. Io penso che invece l'incubo non esprime propriamente il desiderio della distruzione, ma ci porti ad accettarne la possibilità. L'incubo potrebbe semplicemente essere determinato dalla caduta riequilibrante, di una tensione impossibile.

In tal modo l'incubo permetterebbe il sonno portandoci a una fisiologica accettazione dei nostri limiti. Ma se invece a volte porta al risveglio, questo potrebbe essere determinato dalla nostra ferma volontà di opporci a tale accettazione.

Così, se un incubo ci porta al risveglio, dovrebbe per noi essere un richiamo a meditare sul fatto che nonostante la nostra determinazione ad evitare qualcosa, dobbiamo comunque accettare che ciò che vogliamo evitare possa comunque avvenire.

Io non penso che in questo caso, noi necessariamente dobbiamo riconoscere un nostro desiderio autodistruttivo di cui al tempo stesso abbiamo paura; per quanto penso che questa eventualità sia possibile. Mi sembra più verosimile che sia invece, semplicemente un richiamo ad accettare la possibilità della distruzione, che è una possibilità inerente alla condizione umana. Rilevo che in questo caso il sogno, ci riavvicinerebbe in qualche modo all'esame di realtà, facendo cadere una tensione impossibile.

Maurizio Proietti iopropars 

 

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giovedì 23 luglio 2026

Eccesso di legittima difesa

Arte Degenerata
dipinto digitale di
Maurizio Proietti iopropars




Eccesso di legittima difesa

Vorrei innanzitutto spiegare la motivazione che mi spinge a scrivere questo articolo. 

La motivazione è che percepisco tanta rabbia intorno a me, e nei miei limiti, vorrei promuovere atteggiamenti più razionali, oltre che più umani. Come si dice "l'ira è cattiva consigliera". A livello sociale, io dico che l'ira, oltre al suo aspetto distruttivo, ha un effetto confusivo, determinando disorganizzazione e disgregazione sociale. Ciò che placa l'ira, ovvero che "dà soddisfazione", quasi mai riesce a risolvere i problemi, ma anzi ne genera di nuovi.

Un provvedimento che invece che aumentare la giustizia e migliorare la situazione sociale, nella mia percezione sarebbe più idoneo a dare soddisfazione all'ira che molta gente prova oramai verso i troppi che commettono reati, l'ho trovato nel nuovo disegno di legge sulla sicurezza approvato martedì 14 luglio dal Consiglio dei Ministri; il DDL Sicurezza e Prevenzione del Disagio Giovanile.

In particolare, di questo DDL, non mi convincono assolutamente le disposizioni in materia civile che riguardano i risarcimenti di danni subiti da chi commette reato, mentre delinque.

Ho letto un post del Presidente del Consiglio in cui si afferma: 

DDL Sicurezza.
Basta paradossi!
Chi commette un reato
non può pretendere
un risarcimento
per danni subiti 
mentre delinque.

Si dà per scontato che il risarcimento sia un paradosso, mentre in alcune circostanze potrebbe non esserlo.

 Cerchiamo di chiarire allora un concetto giuridico fondamentale. 

Fino a che punto la causa di un reato contro la persona, commesso da qualcuno, può essere attribuito a un reato commesso da un'altra persona nei suoi confronti?

Il limite è nella legittima difesa. 

Poniamo che si ecceda la legittima difesa, arrivando anche all' omicidio volontario. Allora, il reato prima commesso dalla vittima di questo reato di eccesso di legittima difesa, anche se questi è stato il primo ad aggredire, va considerato circostanziale al reato commesso da colui che ha ecceduto la legittima difesa, e non causale.

Se così non fosse, basterebbe anche un semplice borseggio per giustificare l'omicidio. Per quanto il borseggio sia stato nell' omicida, la causa scatenante dell' omicidio, non può essere ritenuto giuridicamente causa dell' omicidio, ovvero un evento atto a determinarlo, in quanto eccede la legittima difesa.

Questo va accettato perché in uno stato di diritto, lo Stato deve essere l' unica entità a poter amministrare la giustizia, per quanto poi abbia anche il dovere di amministrarla.

Chi eccede la legittima difesa si fa giustizia da solo.

Pertanto la mancanza dell' obbligo di risarcire la vittima, diviene giustificazione del reato di eccesso di legittima difesa, e lo Stato rinuncia alla sua prerogativa di essere l' unico ente a poter  amministrare la giustizia.

Se l' eccesso di legittima difesa è da ritenersi colposo, si può ammettere un concorso di colpa da parte della vittima, ma se comunque vi è stato eccesso, sempre un reato è stato commesso, e vi deve dunque essere l' obbligo a risarcire la vittima.

In effetti nel citato DDL si parla di reati più gravi di quanto non sia il borseggio, però il ragionamento conserva la sua validità. Riporto il testo integralmente:

Sul piano civilistico, è escluso il diritto al risarcimento del danno in favore di chi, nel commettere taluni gravi reati – tra cui la violenza sessuale, il furto in abitazione, la rapina e il sequestro di persona a scopo di estorsione – subisca un danno a opera della persona offesa in occasione della commissione del reato stesso.

Devo anche dire che io ho seri dubbi che si possa accostare il furto in abitazione agli altri reati citati:  la violenza sessuale, la rapina e il sequestro di persona a scopo di estorsione. 

Tuttavia il ragionamento che ho fatto rimane valido per qualsiasi tipo di reato. Il ragionamento si fonda sull'ammissione che vi sia stato eccesso di legittima difesa.

Dunque questo reato, questo eccesso, se si nega il dovere di risarcire la vittima, viene invece ad essere giustificato, mentre è stato ammesso che è un eccesso. Questo è un paradosso.

Se si ammette che vi è stato eccesso, e devono essere i giudici a stabilirlo, l'operato non è giustificabile: è un fatto logico.

Dobbiamo poi considerare la seguente circostanza. 

Il dovere da parte di chi commette un reato, di risarcire la vittima per un danno da lei subito a causa di questo reato, non  è da riferirsi alla dignità della vittima del reato a ricevere il risarcimento, ma è legato alla colpevolezza di chi commette il reato.

Se ammettiamo che la legge è uguale per tutti, dobbiamo anche ammettere che il fatto che qualcuno abbia subito un reato mentre stava commettendo a sua volta un reato, non può lo privare del diritto civile di avere un risarcimento per il danno subito. 

La sua punizione per il reato che egli stesso ha commesso rimane circostanza giuridica separata.

Supponiamo che così non fosse. Allora chi subisce il reato di eccesso di legittima difesa, sebbene abbia commesso un reato, sarebbe soggetto, oltre che alla punizione stabilita dalla legge per il suo reato, anche ad una punizione arbitrariamente inflitta da colui che è stato vittima del suo reato. 

Lo Stato in questo modo rinuncia alla sua prerogativa di essere l'unica entità ad avere il diritto di esercitare la giustizia. Anche se poi, anche questo va messo in chiaro, lo Stato ha anche il dovere di esercitare la giustizia. Questo va messo in chiaro. Non sto parlando di impunità per chi commette reato.

Però va anche detto chiaramente che non si possono supplire le carenze dello Stato nell'esercizio della giustizia, con la tolleranza verso coloro che si arrogano il diritto di esercitare giustizia da sé stessi.

Pertanto ribadisco con forza che in uno stato di diritto, lo Stato deve essere l'unica entità a poter esercitare la giustizia, altrimenti viene a cadere il principio primo di ogni stato di diritto, che è l'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.

La legge è uguale per tutti.

Dove la legge non è uguale per tutti non vi è più uno stato di diritto ma regna l'arbitrio.

Maurizio Proietti iopropars







 

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giovedì 2 luglio 2026

Il sonno dei giusti

Il sonno dei giusti
Dipinto digitale di
Maurizio Proietti iopropars


Le immagini di "buonanotte" che girano in rete, mi hanno ispirato la breve poesia che segue, che va ben più in là di una semplice buonanotte, e che corredata con la sua immagine e la sua musica va a comporre il video che poi vi propongo.

Il sonno dei giusti

Si è accomiatato il sole,

finito è il giorno.

Misteriosa la notte

subentra.

Ma tu delle tenebre

non avrai timore.

Semplicemente riposi,

dormi.

Attenderà

domani il tuo risveglio,

La luce

di un nuovo giorno.

Maurizio Proietti iopropars







 

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lunedì 15 giugno 2026

Ricercare senso

Ricercare senso
dipinto digitale di 
Maurizio Proietti iopropars

Ricercare senso

Certamente la vita non ha senso

Tra falsità e menzogna.

Questo è ciò che ci nega il senso.

Ciò che non ha senso,

Anche perseguendo i propri scopi,

È vivere nell'apparenza.

Così che la vita invece ha senso

Quando è una vita autentica.

Così che la ricerca di noi stessi

È per noi importate,

Ci serve per trovare senso.

Ma appare anche chiaramente

Che la ricerca di sé stessi

È innanzitutto un modo

Di porsi di fronte all'esistenza.

Maurizio Proietti iopropars


Esiste la giustizia?

C'è chi afferma sconsolato "Non esiste la giustizia". E spesso infatti ne vediamo molto poca intorno a noi.

Ma è un conto dire che non esiste la giustizia, e un altro constatare che non viene praticata. Se non esistesse la giustizia, non si potrebbe neanche dire di qualcuno che è disonesto.

Il punto da considerare è che la giustizia è alla base della coesione sociale, in quanto l'alternativa è una coesistenza basata sui rapporti di forza.

L'ingiustizia però, nelle società in cui vige lo stato di diritto, spesso non è con la forza che viene imposta, ma con la menzogna e con l'inganno.

A causa del fatto che la giustizia è alla base della coesione sociale, ci sentiamo spinti a ritirarci quando si moltiplica l'ingiustizia. Però questo non vuol dire dovere rinunciare a combattere contro l'ingiustizia quando se ne presenta l'occasione, e l'arma migliore è la verità.

Ma c'è un vantaggio a praticare la giustizia?

A praticare la giustizia, c'è un vantaggio che va oltre il successo in determinate situazioni?

Il mio è un invito a considerare il vantaggio non soltanto in termini di successo sociale.

Io dico che è saggio, 

chi capisce che andare avanti perché si è disonesti, 

è un vantaggio puramente illusorio.

Io dico che è saggio,

chi capisce che praticare la giustizia

è un atto di rispetto anche verso sé stessi.

La giustizia non è fuori di noi, in un "mondo iperuranio". Perché se la giustizia ci trascende, ed essa ci trascende perché noi non possiamo decidere la giustizia proprio come non possiamo decidere le leggi del mondo fisico, la giustizia pure è dentro di noi, e inerente al nostro essere sociale.

Cosa sarebbe un essere umano senza il suo essere sociale? Sarebbe persino un essere senza linguaggio. E in questo modo si abbrutiscono gli esseri umani senza la giustizia.

Maurizio Proietti iopropars

 




 

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domenica 7 giugno 2026

Il trionfo dell'etica

Il trionfo dell'etica
dipinto digitale di
Maurizio Proietti iopropars


Il trionfo dell'etica

Così brevemente, voglio parlare del trionfo dell'etica sulla conoscenza, e mi spiego.

Mi è stato risposto come commento ad un mio video, "Ma che stai a dì? L'unica verità universale è il panino con la mortazza". La "mortazza", per chi non parla romanesco è la mortadella.

Così allora, brevemente, mi è venuto un pensiero in mente. Supponiamo di mangiare di gusto il nostro bravo panino con ciò che più ci piace, e di vedere qualcuno che ha fame perché non può comprarsi da mangiare. Al di là di qualsiasi disquisizione filosofica sulla verità universale e sul fondamento della conoscenza, la mia certezza è che non è giusto non dargli da mangiare, che non è giusto per me che ho cibo in abbondanza non dargli da mangiare. E so anche che il mio giudizio in questo caso è certo, non ammette dubbi, è certamente universale.

Allora sono arrivato al dunque, se parliamo di diritti umani, i diritti umani sono verità universali, ed è giusto e doveroso protendere la nostra mente a comprenderli; come è giusto e doveroso rispettarli ed affermarli e cercare di difenderli.

Pertanto io è sull'etica che pongo il fondamento della conoscenza. Il dovere morale mi spinge a rifiutare il dubbio di Cartesio.

Che non mi sia lecito uccidere un altro essere umano è una verità della quale non sono disposto a dubitare; ma poiché riconosco anche che gli altri esseri umani sono a me uguali per diritti e dignità, anche affermo che a nessun essere umano è lecito uccidere un altro essere umano, e che questa è una verità universale.

Maurizio Proietti iopropars


 

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